I NUOVI CANI DA GUARDIA

GIORNALISTI E POTERE

Il testo è tratto dal libro “I nuovi cani da guardia” di Serge Halimi, Tuttlio Pironti Editore, Napoli 2000.

Le informazioni sono, per definizione, volatili e caduche. Radiofoniche, televisive o stampate sui giornali, si rivelano puntualmente effimere. Questo libro, che si ispira al lavoro dell’archivista, le ha volute registrare metodicamente per insidiare uno dei supporti non dichiarati della pratica giornalistica: l’amnesia. Nel 1932 Paul Nizan, per denunciare il comportamento del filosofo che dissimulava sotto un cumulo di concetti magniloquenti la partecipazione “alla attualità impura del mio tempo”, scrisse un piccolo saggio: “I cani da guardia”.

Oggigiorno, i simulatori dispongono di un estetista e di un microfono piuttosto che di una cattedra universitaria. Sono i registi della falsificazione della realtà sociale e politica, nazionale e internazionale, e operano al servizio degli interessi dei padroni del mondo. Sono i nuovi cani da guardia. Si proclamano attori del contro-potere. Vigorosi e iconoclasti, portaparola degli esclusi e voce dei senza voce, epicentro della democrazia militante. Un sacerdozio, la cui missione gli americani hanno così sintetizzato: “confortare gli afflitti e affliggere i garantiti”.
Ma il contro potere è entrato in letargo e gli attori agiscono contro coloro che dovrebbero difendere per meglio inchinarsi a quelli che avrebbero dovuto sorvegliare. L’umanità conformista comincia però a incrinarsi. È l’aggravarsi della crisi sociale che rende insopportabile il cicaleccio soddisfatto dei grandi editorialisti, o l’impudenza di una lobby autoreferenziale che moltiplica gli scontri fittizi, le notorietà usurpate, i favori di casta, l’ubiquità televisiva? O sono gli attacchi, continui e sempre trionfanti, degli industriali contro le ultime roccaforti della libertà di stampa, che inducono una parte dell’opinione pubblica a ribellarsi contro “un sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna… l’incubo di una società incatenata che anela esclusivamente al sonno?” In un accesso di franchezza o di sfacciataggine, il giornalista televisivo più influente di Francia, Patrick Poivre d’Arvor, ha così definito il suo ruolo: “[…] il nostro compito consiste nel riflettere un’immagine rassicurante del mondo”.
Rassicurante e comunque conforme agli interessi di una classe sociale.

Nel 1927, Julien Benda si scagliava contro “Il tradimento dei clerici”“il giornalista è animato dalla volontà di compiacere la borghesia poiché è da essa che promanano la celebrità e gli onori”. A settenta anni di distanza, stupisce il gran numero di prove che confermano la validità dell’asserzione. Unica variazione, la semantica sostiuzione di borghesia con capitani d’impresa, nuovo totem dei professionisti dell’informazione che operano in qualità di guardiani dell’ordine economico.
I giornalisti influenti sono afflitti da narcisismo. Alla diminuzione dell’impegno quotidiano, fa da contrappeso la salottiera narrazione in prima persona dei traguardi raggiunti e delle sconfitte subite, delle confidenze ricevute dai grandi e delle sia pur rare giornate di avventura o di guerra guerreggiata, vissute al riparo di una vita solitamente quieta e pacifica.
Hanno dato vita a un vero e proprio genere, che partorisce libri semplici e onesti: talvolta il nome di chi scrive è lo stesso di colui che
firma. Ma il filone editoriale si rivela ingannatore. Nel mondo dei media, i detentori del vero potere non si confessano pubblicamente. La partenza del grande inviato per Beirut o Bagdad, non modificherà le decisioni prese a Seattle o ad Atlanta da Bill Gates o da Ted Turner; la descrizione degli avvenimenti libanesi o iracheni, non influenzerà le strategie di Microsoft o di Time Warner. La censura non dichiarata è infatti anche la più efficace e ha effetti miracolosi: la collimazione degli interessi padronali con quelli dell’informazione, l’inverarsi del giornalista come essere prodigiosamente libero e realizzato. In cambio, gli viene regalmente concesso il diritto di sentirsi potente.
Radiosi sulla breccia di un muro di Berlino aperta alla libertà e al libero mercato, piccoli soldati emozionati dalle gesta della armata
americana aviotrasportata nel Golfo Persico, dalla guerra chirurgica e dai crociati occidentali, principi del foro a difesa di una Europa dominata dalla finanza durante la campagna referendaria su Maastricht, cronisti e commentatori hanno avuto carta bianca per esprimere il loro entusiasmo ed esercitare tutta la loro influenza. Si aveva la sensazione che la società dell’informazione potesse ridisegnare la mappa delle nuove gerarchie mondiali. In realtà, il contropotere era stato arruolato dai ministri, dai generali, e dai banchieri e il “nuovo ordine” si presentava come una caricatura dell’antico.

Ormai, il giornalista è stretto in un angolo: il consiglio di amministrazione, il suo direttore, gli indici di gradimento, la paura della
disoccupazione, della concorrenza, e del viluppo di interessi che ne discendono, gli hanno fatto perdere ogni reale autonomia. A riprova del bel tempo che fu, non gli resta altro che la vanità di citare ai colleghi il piccolo dettaglio che è riuscito a far “passare nel pezzo”; oltretutto, l’esercizio di un simulacro di dissidenza, attraverso qualche concetto introdotto di soppiatto nell’articolo, evita l’accusa di incompetenza. Per converso, solo un proprietario di testata poco lungimirante, non concederebbe ai suoi impiegati, di sfogarsi con questi scampoli di dignità.
L’illusione che l’informazione agisca come contro-potere, la si coltiva in due modi. La più spettacolare rimanda alla tragedia, quella vera: negli ultimi dieci anni 173 giornalisti sono stati assassinati in America Latina.
La maggiorparte degli omicidi sono stati commessi dai membri delle forze armate e sono rimasti pressoché impuniti. Tristemente elevato è anche il numero dei corrispondenti di guerra deceduti durante la loro missione. In entrambi i casi, queste vittime del dovere di cronaca, alimentano la leggenda aurea di cui sono ghiotte le vedettes ossequienti di una professione banalizzata.
I codici di deotologia, costituiscono l’altra modalità di mascheramento della realtà. In teoria, l’intenzione è notevole. Si dice: poiché l’informazione non è un prodotto assimilabile agli altri, chi lo fabbrica deve essere sottoposto a una normativa affatto diversa. In effetti, la trovata rimpolpa il mito del Mestiere e potenzia il ruolo di coloro che da questa traggono giovamento.
I media vendono e acquistano una merce alla stregua delle altre, destinata a vivere o a perire secondo le leggi della partita doppia;
nonostante il tentativo di accreditarlo diversamente, il prodotto informazione è ogni giorno più soggetto al mercato.
Si parla, sillogismo provvidenziale, di sottrarlo alle regole che strutturano l’insieme delle attività economiche; appaiono quindi le ipotesi dei “comitati etici” e di quelli per la cogestione, reputati arcaici in tutti gli altri settori. Paradossalmente, i più convinti assertori di tali interventi sono gli stessi che esaltano la grande contro-rivoluzione capitalista di questo fine secolo; che spiegano agli operai belgi della Renault l’efficacia intrinseca dei loro licenziamenti, a beneficio dell’assunzione di lavoratori brasiliani sottopagati; che individuano nella mobilità la virtù primaria della mondializzazione.
Ma come annunciare a un giornalista con il dovuto tatto, che anche per lui “Lip chiude”, che il suo potere all’interno del sistema è di poco superiore a quello di cui dispone una cassiera di supermercato nel definire le strategie commerciali del suo datore di lavoro?
Un lungo praticantato, molta precarietà, i contratti a tempo determinato, ed ecco il risultato: il giornalista sognava di diventare
l’erede di Bob Woodward, e si risveglia factotum di Martin Bouygues.

 

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