L’ECONOMIA ECOLOGICA DEL PREMIO NOBEL PER LA CHIMICA FREDERICK SODDY

Bramosìa da parte di chi emette prestiti per finanziare mutui rischiosi, carenza di liquidità bancaria, mancanza di regolamentazione, opachi e inusuali strumenti di debito, banchieri avidi. Questi sono tutti fattori che sono stati invocati come cause di fondo della più grande crisi economica che si è verificata dopo la grande depressione e di cui oggi stiamo ancora patendo gli effetti. Una diagnosi più accurata e profonda è però contenuta nelle opere di un chimico inglese relativamente sottovalutato il quale, sia prima che dopo la grande depressione, si è dedicato agli studi economici scrivendo libri e saggi sul tema dell’economia.

PIONIERE DELL’ECONOMIA ECOLOGICA

Nato nel 1877, Frederick Soddy è descritto dai biografi come un uomo difficile e ostinato, un individualista controcorrente, una persone avversa a piegarsi davanti alle convenzioni e ai luoghi comuni. Premio Nobel per la chimica nel 1921 grazie ai suoi lavori sul decadimento radioattivo, già nel 1909 prevede le potenzialità energetiche della fissione nucleare ma la sua inquietudine su un possibile uso bellico delle sue scoperte (unito al disgusto per la complicità della sua disciplina – la chimica fisica – negli stermini di massa della prima guerra mondiale) lo portano ad accantonare gli studi di chimica e a impegnarsi, invece, nel comprendere il reale funzionamento dei sistemi economici.

In quattro volumi scritti tra il 1921 al 1934, Soddy promuove una campagna donchisciottesca a favore di una radicale ristrutturazione delle relazioni monetarie globali. All’epoca questo suo tentativo è però accolto con forte ostilità. Il suo pensiero economico viene respinto dagli economisti suoi contemporanei e, per questi ultimi, le sue analisi economiche equivalgono al parto della mente di un folle.

Frederick Soddy propone una visione di economia come radicata nella fisica e, in particolare, nelle leggi della termodinamica. Spesso paragona l’economia a una macchina. La logica conclusione di questa sua analogia è che, come in qualsiasi macchina, l’economia deve ottenere energia al di fuori di se stessa. La prima e la seconda legge della termodinamica sanciscono infatti l’impossibilità del moto perpetuo e di tutti i modelli nei quali le macchine o creano energia dal nulla, oppure la riciclano all’infinito. Soddy critica la convinzione dominante in merito all’economia secondo cui quest’ultima funzionerebbe come una sorta di macchina a moto perpetuo, in grado cioè di generare ricchezza infinita. Si tratta di una critica simile a quella mossa dai suoi eredi intellettuali nel campo oggi emergente dell’economia ecologica (o bioeconomia).

Quest’ultimo approccio all’economia inzia il suo percorso di definizione negli anni settanta del ventesimo secolo grazie alle opere di Nicholas Georgescu-Roegen, economista rumeno, il quale presenta un’analogia ancora più avanguardistica nel modellare l’economia in qualità di sistema vivente. Tale sistema estrae dall’ambiente la materia e l’energia (a “bassa entropia”) necessarie alla propria sopravvivenza così come avviene con ogni organismo di tipo biologico. Se in quest’ultimo caso è il cibo a svolgere la funzione di mezzo di sostentamento, per l’economia questa funzione è svolta dall’energia, dalle miniere, dalle materie prime fornite da piante e animali. E, come ogni forma di vita, l’impronta lasciata dall’economia sull’ambiente porta a una grande variazione entropica. Questa impronta consiste tra l’altro di materia ed energia degradate quali gas di scarico, calore di scarto, sottoprodotti tossici, etc. Emissioni ad “alta entropia” (ossia attraverso cui si è verificata una grande variazione entropica) sono la spazzatura e l’inquinamento in tutte le sue forme: il giornale di ieri, le scarpe da ginnastica usurate dell’anno scorso, un’automobile arrugginita di dieci anni fa, etc.

La materia impiegata in un processo economico può essere riciclata con l’aiuto di energia esterna. L’energia, una volta utilizzata, non può però essere riusata al precedente livello d’impiego in quanto il suo uso la degrada in modo irreversibile. La legge dell’entropia impone un transflusso unidirezionale verso il basso, ossia da forme d’impiego energetico più utilizzabili a meno utilizzabili. E, come un animale non può vivere riciclando per sempre i propri escrementi, così è impossibile riempire il serbatoio di un’auto spingendo quest’ultima all’indietro. Nicholas Georgescu-Roegen, parafrasando l’economista Alfred Marshall, disse che «la biologia, e non la meccanica, è la nostra Mecca».

RICCHEZZA COME BENESSERE REALE, DEBITO COME PROMESSA SU TALE RICCHEZZA

Successivamente a Soddy, Nicholas Georgescu-Roegen e altri economisti ecologici hanno sostenuto che la ricchezza è una grandezza reale e fisica. Essa è l’insieme delle automobili, dei computer, dell’abbigliamento, dei mobili, delle patatine fritte e di tutto ciò che possa essere acquistato per mezzo del denaro. Quest’ultimo non è ricchezza reale, ma unicamente una rappresentazione simbolica del diritto per il suo portatore a ottenere ricchezza reale dall’economia. Il debito rappresenta invece aspettative in merito alla capacità dell’economia di generare ricchezza futura.

Soddy scrive che «la passione dominante della nostra epoca è trasformare la ricchezza in debito». In altre parole, scambiare qualcosa che nel presente dispone di un valore reale (cioè qualunque cosa che possa essere rubata o rotta oppure che possa arruggine o deperire nel tempo) per qualcosa d’immutabile ossia il diritto a ottenere in futuro una ricchezza che non è stata ancora creata. Il denaro facilita gli scambi ed esso è, secondo Soddy, «il nulla che si ottiene in cambio di qualcosa, prima di poter ottenere qualsiasi altra cosa».

I problemi sorgono quando la ricchezza e il debito non sono mantenuti nel giusto rapporto. La quantità di ricchezza che un’economia può creare è limitata dalla quantità “sostenibile” di energia a “bassa entropia” ottenibile dall’ambiente e dalla quantità “sostenibile” di scarti ad “alta entropia” che l’ambiente è in grado di assorbire. Essendo un concetto di tipo simbolico-finanziario, il debito non ha invece tale limite naturale e potenzialmente sarebbe addirittura in grado di crescere all’infinito, ad esempio attraverso un qualunque tasso d’interesse composto.

Ogni volta che un’economia permette che il debito possa crescere più velocemente di quanto la ricchezza viene creata, tale economia sarà a un certo punto conseguentemente costretta a dover necessariamente ripudiare il debito. L’inflazione può anche assolvere a questo compito in quanto il debito, essendo appunto una sorta di rappresentazione simbolica di un “diritto di prelazione” sul possesso di una ricchezza futura (così come lo è il risparmio finanziario privato), può anche essere gradualmente ridotto in termini reali attraverso l’erosione del potere d’acquisto. Quando non c’è inflazione, però, un’economia in cui vigono inverosimili “diritti di prelazione” sulla ricchezza futura genererà necessariamente crisi periodiche di ripudio del debito, causando crolli dei mercati azionari, fallimenti, pignoramenti e default a catena su obbligazioni, su prestiti e su pensioni con conseguente scomparsa di asset cartacei.

È come il gioco delle sedie musicali: in seguito ad uno choc (ad esempio, un imprevisto rincaro del prezzo del gas), i titolari di strumenti di debito “scoprono” improvvisamente di preferire la ricchezza reale, solo che non tutti sono in grado di sbarazzarsi dei titoli di debito. Le perdite di un individuo si riverberano causando le perdite di qualcun altro e provocando un effetto a cascata che porta l’intero sistema in crisi. Tutte le crisi più recenti che hanno caratterizzato l’economia statunitense sono fondamentalmente state proprio crisi di ripudio del debito ed è improbabile che sarà possibile evitarne altre in futuro. Quantomeno finché non verrà impedito che la parte di denaro destinata alla copertura del debito contratto con le banche, e proveniente dalle entrate della comunità, cresca più rapidamente delle entrate stesse.

Frederick Soddy non si sarebbe sorpreso per lo stato attuale delle cose. Il problema non consiste solo in avidità, in ignoranza, in mancanza di regolamentazioni adeguate: tutte queste cose sono certamente parte della situazione economica contingente, ma il vero problema deriva da un difetto sistemico presente nel modo in cui la nostra economia si finanzia. Sino a quando sarà permesso che, nel vigente sistema economico, l’aumento nella crescita dei crediti rispetto alla ricchezza della comunità superi la capacità dell’economia d’incrementare la propria ricchezza (ossia che i crediti bancari possano generare una bolla finanziaria), il capitalismo di mercato continuerà a creare nicchie favorevoli a chi sarà particolarmente lesto nell’architettare nuovi strumenti di debito. Un debito che dovrà un giorno essere ripudiato. Ci saranno sempre dei Bernard Madoff di turno a impacchettare mutui subprime e a spingere tutto il sistema verso nuove situazioni di crisi finanziaria e, per fermarli, dobbiamo bilanciare i “diritti di prelazione” sulla ricchezza che sarà generata in futuro con la capacità dell’economia di produrre tale ricchezza.
E come si può raggiungere questo obiettivo?

I CINQUE PUNTI DI SODDY

Soddy riassume tutta la sua particolare analisi in cinque punti, ognuno dei quali era in passato preso a prova che le sue teorie economiche fossero irrealistiche. I primi quattro punti consistevano 1) nell’abbandonare il sistema aureo, 2) nel lasciare in libera fluttuazione i tassi di cambio tra valute, 3) nell’utilizzare surplus e deficit nel bilancio pubblico in qualità di strumenti atti a contrastare gli andamenti congiunturali dell’economia e, al fine di facilitare questo compito, 4) nel creare un istituto di analisi delle statistiche economiche (tra cui il ben noto indice dei prezzi al consumo). Tutte queste proposte sono state poi realizzate e ora sono pratica convenzionale.

La quinta proposta di Soddy, l’unica che è ancora respinta dal giudizio comune, è quella d’impedire alle banche di creare denaro (e debito) dal nulla. Le banche creano denaro nel momento in cui erogano prestiti (a interesse) in quantità superiore ai depositi disponibili. Il denaro creato per mezzo di tali prestiti viene quindi ridepositato in altri conti e prontamente riprestato in quantità superiori, generando un effetto leva potenzialmente infinito.

L’economista ecologico Herman Daly suggerisce che un modo per fermare questo ciclo di espansione esponenziale del debito potrebbe essere quello di ristabilire gradualmente un requisito del 100% di riserva bancaria (ossia la condizione che gli economisti definiscono di “riserva intera”). Ciò dovrebbe ridurre quello che il professor Daly descrive come «l’enorme piramide di debito che è in equilibrio precario sopra l’economia reale e che minaccia continuamente di crollare».

Le banche si aiuterebbero l’una con l’altra applicando tariffe sui depositi, sull’uso degli assegni, e su tutti i servizi finanziari legittimi che esse forniscono. Sarebbero sempre in grado di fornire prestiti (a interesse) solo che questa volta, come afferma il professor Daly, attraverso «il denaro vero di risparmiatori veri» ossia di persone che rinunciano a consumare oggi qualcosa destinando del denaro proveniente dal loro conto corrente a depositi vincolati (certificati di deposito, libretti di risparmio, fondi pensione, etc). In cambio, questi risparmiatori riceveranno un credito leggermente più grande sulla vera ricchezza futura della comunità.

In siffatto sistema, ogni aumento nella spesa di chi richiede un prestito deve essere accompagnato da un atto di risparmio (inteso come privazione di un consumo immediato) da parte di un correntista. Ciò ristabilirebbe la corrispondenza biunivoca tra ricchezza reale della comunità e crediti che maturano su tale ricchezza reale. (Ovviamente questo sistema non risolverebbe completamente i problemi legati alle bolle finanziarie sul credito, a meno che anche alle istituzioni finanziarie venisse vietato di creare derivati quali mutui subprime e altri strumenti di debito a leva finanziaria.)

Se questo grande rinnovamento strutturale della nostra economia appare oggi disperatamente irrealistico, si ricordi che negli anni venti del ventesimo secolo era così anche per l’abolizione del sistema aureo e per l’introduzione dei tassi di cambio in libera fluttuazione tra valute. Se le leggi della termodinamica sono valide, e se la loro importanza per la vita economica è correttamente descritta dalle analisi di Frederick Soddy, sarebbe utile iniziare ad ampliare la nostra visione in merito a ciò che noi pensiamo sia realistico e possibile.

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Eric Zencey

Placca in memoria di Frederick Soddy presso l’Università di Glasgow in Scozia.

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Eric Zencey è professore di studi storici e politici al College Goddard nel Vermont.  Autore di vari saggi sul rapporto tra natura e uomo (tra cui “Virgin Forest: Meditations on History, Ecology, and Culture”), ha scritto il romanzo “Panama” pubblicato in italiano da Fazi Editore.

Si ringrazia Economia Per I Cittadini per la gentile concessione del testo.

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