Lettera aperta al Sindaco Beppe Sala

MONOLOGO ARCOBALENO 

PER UN SINDACO CHE FA DA FRENO

Sindaco, Sindaco, sulla poltrona rossa, 
l’Istituzione che governa ci sta spezzando le ossa!
Faccia qualcosa per rimediare!
Non siamo noi che dovremmo pagare.

Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere

Sono Shirin Chehayed, la direttrice artistica del centro di produzione culturale La fabbrica dell’animazione. Anche se non ci siamo mai stretti la mano, credo che mi conosca bene, dato che, dall’ormai lontano 2018, sono stata costretta a disturbare a più riprese i suoi uffici guadagnandomi l’etichetta della rompiscatole.

 

Nonostante le diverse proteste che le ho fatto arrivare, non si è mai risolto nulla in relazione alla situazione riprovevole che l’associazione Bottega Partigiana (di cui sono la presidente) vive da diversi anni in relazione ai locali di proprietà pubblica in cui svolgiamo la nostra attività culturale. 

Ho deciso perciò di rivolgermi a lei pubblicamente per sollecitarla nuovamente a intervenire per risolvere tutti i problemi che ostacolano la nostra attività sul territorio. Questa volta, spero, in maniera risolutiva.

Il Comune di Milano ha elaborato dei contratti per l’associazione Bottega Partigiana in cui, oltre a mettere a carico dell’ente non profit le spese di manutenzione straordinaria, le viene vietata ogni forma di pubblicità. (QUI)   

La clausola del divieto di pubblicità non vieta a noi associazione di “tappezzare” il caseggiato storico dell’ex Teatro Fossati di manifesti pubblicitari per salvaguardarlo (come avevamo inteso al momento della stipula), ma vietano a Bottega Partigiana di ricevere risorse economiche che siano legate a qualsiasi forma di pubblicità. Nel concreto, ciò significa che, ad esempio, semmai vincessimo un bando Cariplo, non potremmo accettare le risorse conferite, perché non potremmo pubblicizzare il marchio della fondazione sui nostri materiali di comunicazione, come normalmente viene richiesto da tutte le fondazioni e da tutti gli enti pubblici quando si riceve questo genere di finanziamenti tramite bando. Significa che, se delle aziende decidessero di finanziare il nostro centro culturale e i suoi progetti perché sentono che la loro immagine è in sintonia con le attività prodotte da La fabbrica dell’animazione, non potremmo accettare la sponsorizzazione perché i contratti con il Comune di Milano ce lo vietano. Significa che non possiamo nemmeno entrare a far parte delle manifestazioni cittadine legate alla moda e al design per sostenerci economicamente tramite collaborazioni con il settore privato, come invece fanno tanti altri enti non profit per riuscire a finanziarsi e poter pagare le spese di affitto e gestione degli spazi in cui svolgono le loro attività sociali e/o culturali.

Però, il Comune di Milano pretende che la nostra associazione gli paghi tutti gli affitti che, tra pandemia e gabbia contrattuale (che ci permette di finanziarci solo di tasca nostra o tramite elemosina), sono rimasti in arretrato. Eppure, prima della stipula dei contratti, gli uffici del demanio del Comune di Milano ci avevano chiesto di presentare loro il modello di finanziamento con cui intendevamo tenere in piedi il centro. Salvo poi, inserire nel contratto questa clausola poco chiara con cui è stato impedito all’ente di attuare tale modello di finanziamento.

Diverse persone che frequentano La fabbrica dell’animazione ritengono che un luogo del genere mancava proprio a Milano e, per il genere di attività che svolge il nostro ente, capita molto spesso che, durante le iniziative proposte, arrivino persone convinte che noi siamo assunti dal Comune di Milano. Quando, invece, la verità è che gli uffici comunali (che avrebbero il compito di valorizzare il lavoro del nostro ente, il quale produce valore culturale e sociale in spazi pubblici) ci impediscono di raccogliere risorse e stanziamenti come fanno gli altri enti che svolgono attività culturale come noi.

Per arrivare alla firma dei contratti capestro che ci ritroviamo, gli uffici comunali che si sono occupati della “nostra pratica” ci hanno riservato un trattamento in stile “Troika sul popolo greco”. Per rendere l’idea: uno dei miei soci è finito ricoverato in ospedale per un collasso, mentre io ho imparato il vero significato psicofisico di un esaurimento nervoso. 

Se fossimo stati sufficientemente benestanti da poter pagare un pool di avvocati amministrativi, credo che sarebbe stato improbabile che tali uffici si sarebbero mai permessi di riservarci un trattamento contrattuale di questa tipologia.

Per ciò che ho potuto constatare con questa vicenda che si trascina da anni, la politica del demanio del Comune di Milano non sembra essere la politica di un ente pubblico, ma sembra più quella di una multinazionale. 

La visione politico economica con cui è gestito è di un neoliberismo sfrenato e va assolutamente corretta. 

La scelta di questa impostazione dell’area più strategica del Comune di Milano l’ha decisa lei in quanto primo cittadino? O è stato il Consiglio Comunale a dare questa impostazione agli uffici che dovrebbero valorizzare le attività sociali e culturali sul territorio? Oppure sono i dipendenti pubblici con cui mi sono dovuta rapportare io ad avere il potere di prendere decisioni di questa portata sugli enti del Terzo Settore?

Occorrerebbe fare più chiarezza sulla politica di sostegno che il Comune di Milano intende adottare con il Terzo Settore.

 

Dopo la stipula dei suddetti contratti capestro, oltretutto, abbiamo scoperto che uno dei locali che ci è stato assegnato richiede lavori idraulici di manutenzione straordinaria, sin dal momento in cui siamo entrati in possesso delle chiavi. In pratica il nostro ente, per poter disporre di un lavandino e di un wc ben funzionanti, dovrebbe avviare tutte le procedure burocratiche con la partecipata del Comune per l’avvio dei lavori di manutenzione straordinaria e poi pagare l’impresa edile che svolgerebbe i lavori alle tubature del condominio.
Se per riordinare, pulire e restaurare noi gli stabili in cui ha sede la nostra associazione chiediamo di poter organizzare un gruppo di volontari, o non ci viene risposto o ci viene risposto picche.

Dato che la manutenzione straordinaria a carico degli enti non profit che esercitano attività culturale nei locali di proprietà pubblica è un problema condiviso da molti enti non profit del territorio milanese, come avrà saputo dagli ultimi scambi di mail, ho scritto al Ministro della Cultura Alessandro Giuli per richiedere un intervento di natura governativa con cui risolvere tale problema (QUI). Il Ministro non ci ha ancora risposto, ma ci si augura che da Roma si facciano sentire quanto prima, perché la situazione delle manutenzioni straordinarie negli stabili di proprietà pubblica è insostenibile non solo a Milano. 


Però Sindaco, sulle altre problematiche di Bottega Partigiana causate dal Comune di Milano, è lei che, come primo cittadino, avrebbe il compito di intervenire e prendere provvedimenti. E questa volta dovrebbe farlo con la massima diligenza e serietà.

Nel 2018, quando i vari referenti comunali misero in discussione l’assegnazione del locale sostitutivo in cui attualmente opera La fabbrica dell’animazione, mi venne mostrata la mail di una persona che sta a me come Lord Voldemort sta ad Harry Potter che mi aveva mandato a dire che io non avrei più potuto fare il mio lavoro a Milano in quanto conosceva persone in alto. Guarda caso il mio Lord Voldemort è amico dell’assessore che all’epoca aveva gestito la cosa. E da allora mi sono ritrovata gli uffici del demanio che fanno tutto ciò che è in loro potere per ostacolare il nostro lavoro.

In quell’occasione, di fronte a quella mail, nonostante avessero sempre telefonato a me in quanto presidente dell’associazione, mi venne chiesto se dovevano rivolgersi a questa persona per il locale che avevano deciso di colpo di non assegnarci più con scuse surreali della serie: ”Ho paura che mi menino i fascisti perché la vostra associazione si chiama Bottega Partigiana” o “Signora, lei non sa cosa farebbero per un garage a Quarto Oggiaro” (come a dire che io sarei stata una radical chic, solo perché ho vinto un bando comunale con un progetto impostato per fungere da raccordo logisticamente strategico per sviluppare reti di collaborazione tra enti culturali e sociali).

Da quel 2018 è partita un’odissea e gli uffici del demanio hanno iniziato a comportarsi nei nostri confronti con logiche volte ad abusare della loro posizione di potere burocratico per arrecarci danni, difficoltà, ostacoli e fatiche amplificate all’ennesima potenza. Tutto ciò è stato ovviamente fatto nella “legalità”. Solo che, nel caso della nostra associazione, a dettare queste regole capestro è stato un ente pubblico che, invece, dovrebbe agire nel pieno rispetto della Costituzione italiana, in cui l’articolo 3 recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Al nostro ente viene tuttora impedito di esprimere il suo potenziale a causa della gabbia di regole che il Comune di Milano ci ha costruito su misura, con l’evidente intento di sfinirci, ridurre alla fame i soci ed evitare di poter rendere economicamente sostenibile La fabbrica dell’animazione, nonostante la selezione del nostro progetto sia avvenuta tramite bando pubblico. 

Dal demanio, prima di Pasqua, mi è stato risposto che il Comune avrebbe fatto per noi “ben di più di quello che riesce a fare mediamente per altri”, come se la nostra associazione avesse ricevuto un trattamento di privilegio rispetto agli altri. L’ex assessore (amico del mio Lord Voldemort) che aveva gestito il “nostro caso”, nel 2021, mi disse che noi (poverini) eravamo stati sfortunati e se n’è lavato le mani sostenendo che lui non ne sapeva nulla e che la responsabilità era tutta dei tecnici del demanio, i quali avevano gestito la nostra pratica, senza informarlo su nulla, nonostante io lo inserissi spesso in copia nelle mail.

Dovendo lottare come un leone per difendere Bottega Partigiana da un evidente abuso, per screditarmi, mi hanno fatta passare per una pazza, aggressiva, squilibrata, imbrogliona, pretenziosa, stalker e chissà cos’altro. Si sono approfittati delle nostre fragilità per squalificare il lavoro del nostro ente e metterlo nella condizione di non avere vie di uscita in termini di sostenibilità economica.

 A questo proposito alcuni dei miei soci hanno creato una società di investimenti finanziari per riuscire a garantire la sostenibilità del lavoro del nostro centro culturale e attualmente ci stiamo occupando di raccogliere i capitali necessari. Ma per questo ci serve ancora tempo.
Non è comunque accettabile che un ente non profit, per riuscire a sopravvivere al comportamento economicamente aggressivo del proprio Comune (che sembra spingere per forme di lavoro povero nel Terzo Settore), debba arrivare a mettersi in gioco su un progetto profit come veicolo finanziario per salvare e sostenere il proprio progetto non profit. 

È un controsenso… Se nell’associazione non avessimo avuto persone professioniste del settore finanziario, avremmo già dovuto chiudere i battenti.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale

 Se un cittadino fuma una sigaretta per strada a Milano è punibile dalla legge, ma se un cittadino usa un ente pubblico per rovinare la vita ad altri cittadini è tutto legale. Milano è così “legale” che l’unica possibilità che ha un cittadino per tutelarsi dagli “abusi di legalità” , sembra essere quella di ribellarsi alzando la voce.

Nelle ultime due relazioni (che il Comune ci costringe a scrivere ogni anno per monitorare le attività che vengono svolte dagli enti non profit all’interno degli spazi comunali), oltre al problema di spostare continuamente allestimenti e materiali pesanti e ingombranti da una via all’altra, ho segnalato anche un problema di sicurezza sul lavoro, ossia il doverci arrampicare su scale pericolanti per gestire l’organizzazione dei materiali necessari alle attività del centro. 

Al momento dell’assegnazione dei locali sostitutivi a quello iniziale (in cui vi era un odore costante e persistente di muffa e in cui i calcinacci rischiavano di cascare sulla testa delle persone), non vi era la possibilità di assegnare all’associazione un locale ulteriore con la funzione di deposito, così da completare la conformazione e la metratura dello spazio iniziale su cui era stato elaborato il progetto. Recentemente, però, si è liberato uno spazio accanto al nostro che sarebbe perfetto per farci lavorare in sicurezza e creare la sostenibilità organizzativa che ci eviterebbe gli sforzi disumani che siamo costretti a sopportare ora, ma il demanio non ci ha contattati per risolvere nemmeno questo problema che era rimasto in sospeso. Ha invece messo a bando questo locale che avevamo richiesto, sapendo benissimo che, per via delle regole dell’avviso pubblico, noi non avremmo potuto nemmeno partecipare. 

Con questa decisione, oltre a farci lavorare con la costante paura che qualcuno possa farsi male, il demanio ci condanna a una gestione del nostro centro in cui saranno sempre necessari sforzi e fatiche da “servitù della gleba”. Sforzi e fatiche che, molto spesso, si trovano a svolgere delle donne. 

Nonostante tutti questi disagi, le nostre spese di affitto sono triplicate rispetto al contratto iniziale e le utenze sono raddoppiate perché, suddividendo il centro in due spazi, è stato necessario fare due contratti.

Fino ad ora, dagli uffici del demanio, ci è stato comunicato che queste sono le regole e che loro non possono farci niente. Prima hanno potuto costruirle su misura della nostra associazione mentre ,quando chiediamo loro di liberarci, ci viene comunicato che non è possibile forzare le regole per rispondere alle nostre esigenze di espansione e libertà. Ha del surreale.

Noi siamo partigiani della cultura d’autore e dell’economia sociale. (QUI

Questa è la visione di progressismo portata avanti dalla nostra associazione.

Lo scorso inverno, Sindaco, ad un evento di ANSA a Palazzo Marino, lei ha dichiarato che si stava meglio quando non c’era il vincolo di bilancio. Da anni, la nostra associazione propone le politiche economiche espansive che aiuterebbero i sindaci ad amministrare al meglio i territori per offrire servizi e tutele ai cittadini, così da migliorare la qualità delle loro vite nel rispetto dei valori costituzionali.

Perché il Comune di Milano dovrebbe privare il nostro ente culturale della possibilità di gestire il proprio lavoro organizzativo e di fundraising nelle modalità adottate normalmente da altri enti?

In attesa di soluzioni tempestive, le porgo cordiali saluti.