A due settimane dagli attentati del 13 novembre, viaggio in una Parigi scossa ma piena di speranza
Avevamo comprato i biglietti aerei per Parigi pochi giorni prima degli attentati dell’ormai tristemente famoso 13 novembre, già diventato per i parigini e la Francia l’equivalente dell’11 settembre americano. Dubbi, paura, perplessità e poi la decisione di partire comunque. Un po’ per fatalismo (se deve succedere, è destino, e succede anche a Milano), un po’ per solidarietà, suggerita più che altro da una ragazza incontrata in Duomo per parlare di lavoro: “Andare adesso è una manifestazione di coraggio”.
Di coraggio non ne ho mai avuto molto ma cerco di fare del mio meglio per non smettere di credere nell’uomo, quel prossimo che ci è così vicino e distante allo stesso tempo. Il giorno dopo gli attentati, ricordo di aver scritto a un amico che sondava le intenzioni per la serata: “Ho sempre meno fiducia nel genere umano. Avevo letto da qualche parte che gli umani sono gli unici animali che uccidono i propri simili per necessità non biologiche”. Risposta: “Non sono proprio convinto che siamo gli unici, ma sicuramente siamo i più efficienti”. Peccato non aver studiato etologia per confutare me stessa.
Il coraggio comunque ha premiato. In un negozio molto popolare della Rive Droite compriamo una maglietta per mia nipote come regalo per il suo tredicesimo compleanno. La commessa ci chiede da dove veniamo.“Italy” – rispondo. “Anch’io! Piacere, sono Claudia”. E poi ci guarda negli occhi e dice: “È bello vedere turisti a novembre e non d’estate, soprattutto adesso”. Chiedo dell’atmosfera dei giorni seguenti al 13 novembre e ci conferma: “Sì, è stato pesante”. Nient’altro. Silenzio. E che altro si potrebbe dire?
La nostra breve vacanza ha coinciso con l’avvio delle conferenza internazionale sul clima (COP21; 30/11 – 11/12). Abbiamo trovato le linee della metropolitana sempre aperte, perfino gratuite per ben 2 giorni, ad eccezione di lunedì 30 novembre quando la fermata di Place de la Concorde è rimasta chiusa per motivi di sicurezza. In superficie, l’intera piazza non era accessibile perché presidiata dalla gendarmeria francese. Scoprirò poi leggendo la guida che Place de la Concorde è uno dei molti luoghi simbolici della Rivoluzione: qui è stato ghigliottinato Luigi XVI nel 1793.
Place de la Concorde si trova vicino al Jardin des Tuleries e il Musée du Louvre poco più a est. Sotto, la Senna. A nord-ovest si collega attraverso l’Avenue des Champs–Élysées all’Arc de Triomphe, un altro simbolo storico e culturale, forse non solo per i francesi ma per tutti gli europei visto che fu commissionato da Napoleone per commemorare la vittoria di Austerlitz del 1805. Sì – pensiamo lì per lì – sono luoghi sensibili, da controllare. Del resto l’FBI ha da poco informato l’Italia che anche La Scala e il Duomo di Milano, insieme alla Basilica di San Pietro in Vaticano, sono tra i luoghi potenzialmente a rischio di attentati terroristici.
Eppure ci sbagliavamo. Certo, anche le Twin Towers erano simboli dell’Occidente, in particolare del suo potere economico e finanziario, ma gli attentati del 13 novembre hanno colpito un bersaglio diverso, in un’area ad alta densità giovanile. Il simbolo qui erano il consumismo e il divertimento occidentali; la libertà – hanno poi detto il capo di stato francese François Hollande e il sindaco di Parigi Anne Hidalgo. Davanti al Bataclan ci siamo finiti per caso. Siamo andati a rendere omaggio alle vittime in Place de la République, ci sembrava dovuto, ma non volevamo indugiare sulla sofferenza perché provo pudore di fronte alla morte e al dolore di chi resta.
Nel quartiere di Canal Saint-Martin e zone limitrofe siamo andati perché la guida lo suggeriva come il regno dei bobos (bourgeoises bohémiens) parigini. Curiosa definizione – ho pensato. In fondo siamo tutti un po’ bobos, anche noi trentenni italiani che arranchiamo tra un cosiddetto lavoro creativo e un altro, forti però delle ricchezze accumulate dai nostri genitori. Lì, in una Navigli meno pacchiana di quella milanese, ho provato orrore. Solo lì. Perché in quei locali potevamo davvero esserci anche noi o dei nostri amici.
Da allora ho avuto paura. Anche in metropolitana e persino al ritorno sull’aereo, quando ho visto che nei sedili dietro ai nostri c’erano due uomini che parlavano in arabo. E allora, che fare? Come comportarsi? La risposta migliore me l’hanno data proprio i parigini dalle facce affrante: andare avanti combattendo la paura, anche quando il treno della metropolitana su cui stai viaggiando si ferma per qualche secondo, si spengono le luci e guardi chi sta lì con te, cercando risposte nei suoi occhi per contenere quell’angoscia che ti imporrebbe di non uscire di casa.
A Parigi, ho imparato anche altro. Sui muri della città ho letto manifestazioni di rispetto per l’Altro, persino ora, soprattutto ora. Al Marais, nel vecchio quartiere ebraico noto come Pletzl, abbiamo trovato un po’ di speranza vicino a un ristorante dove ci siamo fermati: “L’autre est ton ami”. Per questa scritta, provo profonda ammirazione per i parigini. Così, ci ho pensato a lungo e ha preso sempre più spazio un desiderio che richiede una dose maggiore di coraggio: ho deciso che come prossimo viaggio vorrei visitare Gerusalemme e Israele.
Cinzia Bottini, 3 dicembre 2015
