La crisi dell’eurozona è ormai sotto gli occhi di (quasi) tutti: povertà, disoccupazione, dismissioni degli asset fondamentali del nostro sistema industriale, questi sono i risultati del sogno europeista. Nonostante il main-stream ancora non se ne sia accorto e le voci critiche nei confronti del sistema dominante europeista siano ancora sostanzialmente ignorate, qualcosa sta cambiando. Basta parlare con la gente, quella vera, la stessa che fino al giorno prima sarebbe rimasta almeno perplessa nei confronti di un’uscita dall’euro, che ti dice: «Non si può andare avanti così, qualcosa bisogna fare».
Del resto, non si illudano gli euristi d’antan: l’euro è già finito. In particolare per un Paese come l’Italia. O qualcuno può seriamente credere che il nostro Paese potrà pagare i 50 miliardi previsti per il Fiscal Compact? Certo l’alternativa potrebbe essere quella di vendere il Colosseo (ma poi chi glielo dice a Della Valle?).
In questo dibattito, sotterraneo e nascosto ma reale, c’è una grande assente: la sinistra italiana.
Chi scrive certo non se ne sorprende. La sinistra italiana, non da oggi, è ormai in disfacimento teorico e concettuale e, come bene ha scritto Marino Badiale sul blog main-stream, ormai “la sinistra non capisce nulla”.
Non è questo il luogo per discutere del perché la sinistra non capisca più nulla, anche se consigliamo un libro uscito qualche anno fa sempre di Marino Badiale insieme con il compianto Massimo Bontempelli: “La sinistra rivelata. Il buon elettore di sinistra nell’epoca del capitalismo assoluto” (Massari editore). L’argomento di cui vogliamo, però, parlare in questo articolo è un altro: se è vero che la sinistra non capisce nulla, ciò vuol dire che la destra capisca tutto o, meglio, ciò giustifica anche da parte nostra l’accettazione di un’uscita dall’euro da destra?
Innanzitutto fondamentale è intenderci sui termini. Cosa si intende con “uscita da destra” e “uscita da sinistra”?
Molti definiscono sbagliata tale divisione, perché frammenterebbe il “fronte sovranista”. Non siamo d’accordo. Riteniamo, anzi, che un’unità fondata su una mancanza di unità teorica e pratica sarebbe assolutamente controproducente e che porterebbe soltanto alla confusione.
Alcuni affermano, infatti, che i mezzi tecnici (indicizzazione dei salari, controllo dei capitali) sarebbero fatti sia “da destra” che “da sinistra” e, dunque, proporre questa divisione non avrebbe senso.
Al di là del fatto che tutto ciò non è vero, basta vedere qui le proposte di Paolo Savona per uscire dall’euro ad esempio, la discussione e la divisione, che esiste e che sarebbe stupido negare, è incentrata su due punti principali:
• L’euro è la sola ed esclusiva causa della crisi economica?
• Uscendo dall’euro si potrà ritornare alla “razionalità economica”, cioè al libero mercato, portando felicità e salute a tutti?
Per quanto riguarda il primo punto Bottega Partigiana ritiene che l’euro, e l’Unione Europea, sia una delle forme in cui si è espresso il “Capitalismo assoluto” e, in particolare, la sua forma post-moderna: il neoliberismo e la finanziarizzazione dell’economia. In altre parole, l’istituzione dell’euro in Europa non è altro che la conseguenza naturale della liberalizzazione dei mercati, della globalizzazione, del liberoscambismo. Per questo, come bene ha affermato recentemente Emiliano Brancaccio: «In Italia rischiamo di passare dalla illusione del vincolo esterno a una illusione esattamente speculare: quella secondo cui il ritorno ai cambi flessibili costituirà la panacea di tutti i nostri mali […] si tratta di un liberismo speculare, che alla ideologia del vincolo esterno potrebbe sostituire l’ideologia del cambio flessibile».
Uscire dall’euro e dall’Unione Europea, quindi, è certamente condizione necessaria per recuperare la nostra sovranità economica e politica, ma assolutamente non sufficiente per il superamento di un sistema. Un sistema che si fonda sul primato dell’economia sulla politica e che ha come unica religione il profitto.
Leggiamo un attimo cosa scrive Diego Fusaro a questo proposito:
«Il “capitalismo reale”, nominalmente costituito all’insegna della libertà dell’individuo, continua a generare forme di assoggettamento individuale e collettivo. Per un verso, la “libertà formale” di cui si gloria il sistema globalizzato convive con la “schiavitù salariata” di individui che, in una condizione di privazione totale e di oscena riduzione dell’umano a merce, sono costretti ad alienare la propria “forza lavoro” e a vendersi quotidianamente. La libertà formale di cui godono i lavoratori salariati e i “precari” nasconde un asservimento economico dissimulato dalla fictio juris del contratto di lavoro: essi accettano “liberamente” ciò che la loro condizione sociale ed economica li costringe ad accettare. Contro la retorica oggi dilagante, con la caduta del Muro e con il seppellimento sotto le sue macerie del marxiano “sogno di una cosa” non hanno trionfato le democrazie, ma l’economia di mercato fondata sull’alienazione universale, sulla globalizzazione degli egoismi, sull’estorsione schiavistica del pluslavoro dei lavoratori precari e sullo sfruttamento della manodopera degli immigrati di tutto il mondo».
(Diego Fusaro, “Minima Mercatalia”, Bompiani, pg. 32)
Non vorremmo essere fraintesi. Non riteniamo, come alcuni “cialtroni” dell’estrema sinistra, che “bisogna lottare contro il Capitalismo, non contro l’euro”, identificando il Capitalismo quasi come un’entità metafisica e l’euro come qualcosa di neutro e non, invece, come è in realtà, l’espressione, non simbolica ma reale, del sistema capitalistico e delle classi dominanti in Europa. Riteniamo semplicemente che uscire dall’Euro e da questa Europa non basti, ma che sia il primo passo di una “lunga marcia”.
Una lunga marcia di cui, per ora, non se ne vedono però i segni. Per questo nasce Bottega Partigiana. Per mettere insieme tutti coloro che ancora non vogliono rassegnarsi al fatto che “le persone sbagliate faranno la cosa giusta” e che saranno sempre gli stessi a pagarne le conseguenze. Che non si rassegnano a salvare, ancora una volta, le classi dominanti e l’attuale modello di sviluppo. Che non si rassegnano all’idea di non voler sognare un mondo nuovo. Il nostro è, dunque, un appello a tutti coloro che condividono le nostre idee e che non si ritengano “indifferenti”. Per questo non possiamo non concludere questo articolo di presentazione con le parole di Antonio Gramsci:
«Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti».
(Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”)
Rodolfo Monacelli