COME (E PERCHÉ) USCIRE DALL’EURO. MA NON DALL’UNIONE EUROPEA

Come (e perché) uscire dall’Euro. Ma non dall’Unione Europea è il titolo accattivante con cui l’Editore Laterza ha pubblicato una selezione degli articoli che Luciano Gallino ha scritto su “La Repubblica” nell’ultimo decennio, più un inedito di 15 pagine che merita la massima attenzione. I temi toccati sono molti, dalle trasformazioni economiche e sociali che hanno investito soprattutto il mondo del lavoro alla lettura critica delle politiche economiche messe in atto dai governi italiani durante la crisi. Lo scienziato sociale torinese scomparso alla fine del 2015, a pochi giorni dalla pubblicazione del suo ultimo importante libro (Il denaro, il debito e la doppia crisi. Spiegati ai nostri nipoti), dimostra, anche in questi brevi scritti, una grande lucidità nel legare i processi di de-industrializzazione alla finanziarizzazione e quest’ultima al crescente dispotismo che caratterizza l’architettura delle istituzioni sovranazionali, in particolare quelle europee. Proprio questo ultimo argomento è stato al centro delle sue ultime ricerche.

Già nel 2011 in Finanzcapitalismo, Gallino si era concentrato sulle riforme finanziarie necessarie a “porre riparo a crisi future”, invitando implicitamente a costruire alleanze politiche capaci di incidere sugli assetti istituzionali dell’Unione Europea: l’idea di narrow banking, cioè un’attività bancaria circoscritta in cui le dimensioni delle companies siano limitate; la drastica riduzione della “finanza ombra”; la vigilanza del mercato dei derivati e la proibizione della vendita di titoli finanziari troppo complessi; il divieto della cartolarizzazione; infine un intervento radicale sui criteri di erogazione del credito bancario, sui modelli di gestione del rischio, sui meccanismi premiali dei manager e dei trader e sulle agenzie di rating. Le fonti da cui attingeva erano il Rapporto Larosière (redatto su mandato della Commissione Europea nel 2009), i rapporti del Comitato di Basilea sulla Supervisione Bancaria, quelli dell’inglese Financial Services Authority, nella speranza di trovare qualche elemento critico dentro l’establishment. Integrava questi riferimenti con le analisi di alcuni gruppi di economisti “avversi alla dottrina neoliberale”: l’EuroMemorandum-Grouppe e la New Economics Foundation.

Gli articoli raccolti nella prima parte di Come (e perché) uscire dall’euro contribuiscono alla volgarizzazione dell’agenda appena ricordata, condividendone pregi e difetti: l’impegno ammirevole con cui il grande sociologo tenta di studiare le conseguenze che gli assetti finanziari e monetari hanno sulle variabili economiche reali, e sugli assetti politici ed istituzionali si accompagna ad una frenetica necessità di individuare la cultura e gli scopi delle oligarchie al potere. Due sono i punti deboli:

1. l’idea che l’introduzione di una riserva pari al 100% del credito concesso dalle banche sia utile a stabilizzare il sistema finanziario, una misura (consigliata nel 1935 da I. Fisher e ripresa recentemente da T. Mayer, chief economist di Deutsche Bank sino al 2012) che, a differenza di quanto sostiene Gallino, potrebbe accentuare i processi di concentrazione finanziaria in Europa a discapito dell’economia reale dei Paesi periferici;

2. una rappresentazione imprecisa del “neoliberismo” che contribuisce a nascondere le reali caratteristiche dell’ideologia dominante.

Può essere consolatorio affermare che le politiche che si impongono siano il risultato di un preciso programma redatto sin dagli anni ’40 da un “intellettuale collettivo” (la Mont Pelerin Society con cui l’autore apre il libro), al quale i critici non hanno saputo reagire con una solida capacità argomentativa; tuttavia questa narrazione non corrisponde alla realtà. Lo studio delle dinamiche lobbystiche che condizionano i cicli politici economici mostra che gli scontri intra-capitalistici hanno un grande rilevanza: le oligarchie finanziarie sono instabili. Inoltre, quantomeno nel dibattito di politica economica – così centrale nel ragionamento che Gallino dedica all’Europa – non sono mancate critiche puntuali, solide e corrette alle scelte di governance, capaci di dimostrare non solo la possibilità ma anche la superiorità di scelte diverse: in particolare la superiorità “della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime da parte dei media e dei politici, sulla base in genere di dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo […]; dell’importanza economica e politica dei beni comuni, sull’assurdità delle privatizzazioni”.

Ciò che probabilmente è mancato è stata l’incisività delle forme di lotta e di protesta che pure la società civile ha espresso e continua ad esprimere. Su questo hanno inciso profondamente le condizioni di ricatto e di debolezza economica e sociale, nonché la repressione delle lotte, legittimate in tutta Europa dalle scelte o dall’inazione dei rappresentanti politici eletti. Insinuare il dubbio che il vuoto politico, morale e culturale delle sinistre sia il frutto di una responsabilità generalizzabile alla massa degli sfruttati appare quantomeno in contraddizione con le analisi che lo stesso Gallino dedica al mercato del lavoro italiano: “le ultime riforme del lavoro non sono risultate idonee a ridurre il tasso di precarietà che affligge milioni di lavoratori. In effetti hanno aperto la strada a una sorta di scambio perverso: le imprese riducono di qualcosa l’utilizzo dei contratti atipici di breve durata, a causa del costo contributivo netto; però grazie allo svuotamento prima sostanziale e poi formale dell’articolo 18 perseguito dai governi Monti e Renzi […] licenziano un maggior numero di lavoratori che si erano illusi di avere un contratto a tempo indeterminato”. Varrebbe inoltre la pena riflettere sulle modalità attraverso le quali l’ideologia dominante si nutre delle aspettative di cambiamento dei soggetti sfruttati anche nel momento in cui questi si ribellano.

Il testo si chiude con la Modesta proposta per uscire dall’Euro, che è costruita sul ragionamento seguente:

1. fino a i tempi recenti la possibilità di uscire dall’eurozona ma non dalla Ue era data per quasi inesistente;

2. le posizioni sono cambiate considerando le implicazioni dell’articolo 50 introdotto dal Trattato di Lisbona nel 2009;

3. vi sono Stati membri dell’eurozona che non sono in grado di far fronte a determinate clausole che uno Stato deve soddisfare per venire ammesso all’Unione Monetaria;

4. questi Stati sono giuridicamente nella stessa posizione di chi è in attesa di adottare la moneta unica: possono restare nell’Ue, ma uscire dall’eurozona;

5. siccome è tecnicamente impossibile che l’Italia riesca a rispettare il Fiscal Compact, allora tale situazione emergenziale dovrebbe essere una condizione sufficiente a recedere dall’eurozona.

Questa possibilità comporta dei problemi che Gallino prontamente segnala: l’indispensabile blocco dei movimenti di capitale necessario ad evitare probabili attacchi speculativi; la ristrutturazione dei debiti e le conseguenti scelte relative al cambio della nuova moneta di cui il Paese uscente si doterebbe; la costituzione di un gruppo di esperti capaci di negoziare l’uscita dell’Italia dall’eurozona. Il rispetto che Gallino merita comporta che si prenda sul serio l’invito alla discussione che anima la sua Modesta proposta. Sembra lecito chiedersi: perché recedere dall’eurozona rimanendo nell’Unione Europea? L’unica risposta che si ritrova nella Modesta proposta è che uno Stato che uscisse oggi dall’Ue si troverebbe dinanzi altri 27 Stati che potrebbero imporre restrizioni al commercio in grado di metterlo in ginocchio. Tuttavia abbiamo visto che lo sforzo politico necessario ad uscire dall’eurozona comporta la capacità di porre un freno ai movimenti di capitale, di ristrutturare il debito e di ridefinire gli accordi sul cambio. Si tratta di aspetti che presuppongono un lavoro diplomatico altrettanto esoso, che sarebbe quantomeno ingenuo condurre avendo le mani legate sui trattati commerciali previsti dall’adesione all’Ue. Quel che più conta è che, ancora una volta, Luciano Gallino ci aiuta a focalizzare gli aspetti più spinosi delle vicende contemporanee, su cui la riflessione a sinistra ristagna. Lo fa cercando dei compagni per fare un passo in avanti verso un mondo più giusto e più vivibile, nella triste consapevolezza che il tempo stringe.

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Stefano Lucarelli, Università degli Studi Bergamo

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