«LAUDATO SI’» DI PAPA FRANCESCO: L’ECOLOGIA COME NUOVO PARADIGMA DI GIUSTIZIA SOCIALE

Carlo Marazzi, ingegnere energetico e studioso di economia ecologica, ci offre una panoramica introduttiva alla «Laudato si’» di Papa Francesco, enciclica nella quale l’ecologia è presentata come nuovo paradigma di giustizia sociale. 

 

 

L’argomento di questa serata è – come ci è già stato anticipato – una introduzione alla seconda enciclica di Papa Francesco, la Laudato si’.

È una enciclica di circa 200 pagine, quindi è abbastanza impegnativa. Non è una cosa che si può risolvere in un paio di orette.

E, se dovessi cercare degli aggettivi per definire questa enciclica, potrei dire che è un’enciclica sorprendente ma anche sotto certi aspetti rivoluzionaria (e poi vedremo per quale motivo).

Intanto l’enciclica fa parte della dottrina sociale della chiesa (voi sapete che le encicliche sono quelle “circolari interne” delle chiesa che il Papa fa circolare ai vescovi. E ci sono diversi tipi di encicliche. Questa fa parte della dottrina sociale della chiesa. Quindi ha un livello molto elevato, è molto importante per la chiesa cattolica. Tra l’altro è il primo documento ufficiale [della chiesa] che è espressamente dedicato ai temi della salvaguardia dell’ambiente e, come vedremo più avanti, anche all’aspetto sociale.

Vi anticipo già subito che questa enciclica è un’enciclica sociale. Quindi non guarda soltanto al rispetto dell’ambiente, ma soprattutto – il papa ci tiene molto a dire questo – tiene in considerazione (lo vedremo anche più avanti) che il degrado ambientale è sempre associato al degrado sociale e viceversa.

Non è diretta solo al mondo cattolico (questo è un altro importante aspetto dell’enciclica), ma a tutti gli uomini di buona volontà. Già Papa Giovanni XXIII aveva emanato un’enciclica di questo genere. Papa Francesco sa che l’ambiente è un problema universale (che deve interessare tutti gli uomini indipendentemente dal loro credo, dalla loro fede), quindi si rivolge a tutti gli uomini. Infatti vediamo che i toni a volte sono ovviamente aulici nel senso, appunto, che riguardano la teologia cristiana ma molto spesso richiama anche altre professioni religiose e addirittura fa riferimento anche a dei filosofi, a dei teologi che non sono cattolici.

Allora, com’è costituito questo documento. È un documento di 246 punti che è organizzato in 6 capitoli, e Papa Francesco conclude il suo lavoro con due preghiere: una dedicata agli uomini di buona volontà, indipendentemente dal loro credo, e l’altra espressamente dedicata ai cristiani cattolici.

Poi vi è circa una decina di temi che sono trasversali, diciamo, e ricorrono in tutti i punti dell’enciclica. […] Sono gli assi tematici, che danno una chiave di lettura dell’enciclica conferendone una certa unitarietà. […]

 

Perché dicevo che l’enciclica è sorprendente: è sorprendente per il tipo soprattutto, perché s’ispira a San Francesco d’Assisi, e San Francesco d’Assisi ha proposto un nuovo modo per conoscere la realtà (e, attraverso la realtà, essendo lui un cristiano cattolico conoscere Dio) che è la contemplazione. E, quindi, con San Francesco noi abbiamo che l’uomo può conoscere, può mettersi in relazione con l’ambiente e con la natura attraverso non soltanto la rivelazione divina (visto che siamo appunto in tema di un’enciclica, quindi in tema religioso) ma può arrivare a conoscere profondamente la natura e – per analogia – conoscere Dio attraverso la contemplazione (quindi l’aspetto laudativo di San Francesco, diciamo: Laudato si’, etc).

Vorrei quindi fare un riferimento sia per i credenti ma anche per i non credenti. L’aspetto sorprendente è che ci indica (e va bene per tutti gli uomini, non soltanto per i credenti) che esiste anche un modo di conoscere che è olistico, cioè onnicomprensivo, è totalitario. E questo modo, vedremo più avanti, è un po’ l’antitesi dell’epistemologia della scienza tradizionale (scusate se ogni tanto uso dei “paroloni”, ma cercherò magari un po’ di spiegare), cioè il modo che ha la scienza di conoscere è meccanicistico-riduzionista (diciamo cartesiano). […]

Il modo scientifico di conoscere la realtà è quella di farla a pezzi, di analizzarla dividendola in tanti pezzettini (che si fa l’ipotesi siano più semplici da studiare rispetto alla totalità) e poi si ricostituisce “il tutto” – diciamo – pensando che, dalla conoscenza approfondita delle singole parti, facendo la somma si abbia la conoscenza del tutto. Questo è il metodo della scienza, che è il metodo sperimentale di Galileo (ci sono alcuni studiosi che addirittura fanno risalire il metodo scientifico a cento anni prima quindi addirittura a Leonardo da Vinci, ma comunque per la maggior parte della gente il metodo scientifico nasce con Galileo nel ’600 diciamo) ed un metodo, appunto, riduzionista (Galileo e Cartesio sono contemporanei). Quindi, è un modo di analizzare, di dividere, di suddividere, di “fare a pezzi” la natura per conoscerla. Questo già ci fa capire che è un modo utilizzato da Galileo in poi per 400 anni nella nostra scienza e siamo arrivati, adesso, probabilmente alla redde rationem, perché siamo arrivati in un punto di non ritorno in cui bisogna cercare di conoscere la realtà in un modo complementare. Non sto dicendo che il metodo scientifico sia da abbandonare, da eliminare. Tutt’altro, perché ci ha dato un sacco di soddisfazioni, ma bisogna integrarlo con un altro metodo. E questo lo dice anche Papa Francesco in un’enciclica (che non è un documento scientifico). […]

Quando parlo della scienza, parlo della scienza moderna. Quindi della meccanica quantistica, che ha rivoluzionato la conoscenza meccanicistica newtoniana “classica” diciamo, perché dice che noi facciamo parte di una rete di relazioni. In modo sorprendente dicono la stessa cosa la fisica nucleare e la meccanica quantistica. […] In realtà, per la fisica moderna non esiste la materia, non esistono le forze, niente di tutto quello che noi pensiamo esista. Noi tocchiamo la materia, e ci sembra concreta. In realtà la fisica quantistica ci dice che non è per niente così. Esiste una rete di relazioni. Ebbene, anche qui c’è lo stesso concetto. […] Naturalmente nell’enciclica la rete di relazioni è sui diversi piani dell’esistenza umana. E, quando parlo dei piani dell’esistenza umana, parlo non solo del piano fisico (che è quello ambientale, che vediamo) ma c’è anche il piano sociale (quindi, di relazione con le persone), c’è il piano spirituale (quindi, di relazione con Dio). Papa Francesco dice che siamo immersi in una rete di relazioni multidimensionali. E, quando noi distruggiamo una di queste reti di relazioni, in qualche modo deturpiamo una di queste reti di relazioni che esistono, questa deturpazione si riflette su tutti gli altri piani. Per esempio, quello che ho detto prima: se c’è un problema sociale, se c’è un degrado sociale (pensiamo alle periferie delle grandi città) lì troviamo anche un degrado ambientale. E viceversa: laddove c’è un degrado ambientale, c’è anche inesorabilmente un degrado sociale.

 

Perché è sorprendente questa enciclica? Perché dà voce alla collettività. È la prima volta che un papa fa un’enciclica e cita […] personaggi che sono a un livello inferiore al papa. Non è mai successo, perché in tutte le encicliche le citazioni sono fatte sempre con riferimento a persone di livello superiore. Quindi, per esempio, le sacre scritture, i santi, gli stessi papi che hanno preceduto il papa che ha scritto l’enciclica. Qui no: Papa Francesco ha ribaltato la situazione, perché lui vuole parlare con la gente. […] Cita addirittura dei teologi che non sono per nulla al livello ecclesiastico del papa. Cita dei filosofi. […] Uno dei punti fondamentali dell’enciclica è quello ricercare il dialogo con tutti i saperi umani. Non soltanto il dialogo teologico-religioso, ma il dialogo con la scienza, con l’umanesimo, con la filosofia, con tutto. In particolare, Papa Francesco fa riferimento al suo amico patriarca ortodosso Bartolomeo I.

 

È anche un’enciclica rivoluzionaria. Perché […] parla alla gente con parole normali. Si afferma addirittura che bisogna stare attenti a spegnere la luce per non consumare. Questa enciclica è stata criticata per questo motivo, ma io non ne vedo il motivo in quanto voleva proprio arrivare a tutti quindi anche al cittadino che passa per la strada e parlare con lui. Per cui, c’è un motivo. E poi perché il linguaggio è aperto e coraggioso. Questo è un papa veramente coraggioso, che non manda a dire: dice lui personalmente. E noi leggendo l’enciclica notiamo ciò sopratutto con la critica che lui fa alla politica moderna, ai politici moderni (e poi, naturalmente, anche a tutti noi. Tutti noi cittadini, cristiani e non cristiani). E c’incoraggia comunque a impegnarci per un futuro che dovrà essere più sostenibile e più inclusivo. E vedremo la critica che fa a quello che è il paradigma tecnocratico, come lui lo chiama, che è il modello socio-economico ormai dominante non soltanto nei Paesi occidentali – il neoliberismo, le élites tecnofinanziarie, etc – ma che si sta globalizzando (se non si è già globalizzata) […] e ha parole dure anche nei confronti di questo sistema.

 

Propone un nuovo paradigma. Dice [che] dobbiamo abbandonare questo paradigma tecnocratico, […] un paradigma che [secondo Papa Francesco] dev’essere assolutamente abbandonato perché sta distruggendo non soltanto l’ambiente ma l’uomo. E propone un nuovo paradigma, che è quello dell’ecologia integrale.

ECOLOGIA INTEGRALE

Cosa vuol dire ecologia integrale? Vuol dire che non è la sola “ecologia degli ecologisti”, se vogliamo. Chi sono gli ecologisti? Sono quelle persone che amano la natura. Però il papa dice: “non si può amare solo la natura e non amare gli uomini”. E, effettivamente, non sappiamo che molte persone, molte associazioni, molte organizzazioni ambientaliste si dedicano alla difesa dell’ambiente diciamo, dei vegetali, degli animali, etc ma non fanno nulla per combattere le ingiustizie […] in particolare della differenza nei redditi tra ricchi e poveri, non solo tra i Paesi ricchi del nord e i Paesi poveri del sud ma anche all’interno dei singoli Paesi tra le fasce sociali ricche e le fasce sociali povere. Quindi, lui auspica che si passi a questo nuovo modello socioeconomico che avrà una nuova economia (che è l’economia ecologica, l’economia dello stato stazionario), con cui si avrà un nuovo stile di vita (che non sarà uno stile di vita consumistico) e ci sarà una nuova tecnologia […] (che non è la tecnologia della produttività – la quale è la tecnologia che ci sta portando via il lavoro – ma la tecnologia dell’efficienza). Quindi, le energie rinnovabili, il risparmio energetico, questa tecnologia che porta lavoro invece di toglierlo.

La natura non è considerata come un oggetto di proprietà. […] Una delle caratteristiche del paradigma tecnocratico è proprio la privatizzazione. Sapete che l’economia neoclassica, l’economia neoliberista (chiamatela come volete voi) – la quale è l’attuale modello economico globalizzante – è a favore della privatizzazione. Papa Francesco dice: “attenzione ai beni comuni”. Noi stiamo privatizzando i beni comuni. E la chiesa ha una posizione ben precisa su quelli che sono i beni comuni. Noi stiamo confondendo e per noi è un bene privatizzare tutto. Voi avete visto quante privatizzazioni sono state fatte. […] Abbiamo addirittura avuto dei primi ministri che sono andati all’estero per esortare la gente a venire ad acquistare da noi le nostre aziende, a investire da noi. E, noi, come economisti ecologici siamo contrari a una cosa di questo genere. Papa Francesco ci sta dando una mano in questo senso qua. Quindi, questo paradigma della giustizia sarà un paradigma che dà giustizia ai poveri, ai deboli, ai malati, agli emarginati. Quindi, la riduzione delle differenze: perché il grave problema – oltre all’enorme spreco di cibo, di risorse, etc – di questo paradigma tecnocratico è anche e sopratutto la grande differenza di ricchezza tra i ricchi e i poveri. Per cui c’è una disuguaglianza dei redditi (e della ricchezza) che è disastrosa, anche dal punto di vista sociale. […] Quindi, un impegno attivo per sradicare la povertà e per un’equa distribuzione della ricchezza.

La prospettiva dell’enciclica è di ampia portata perché considera la questione dell’ecologia e le grandi questioni sociali moderne come i temi centrali dell’umanità. Quindi c’è l’associare l’ambiente al sociale. E diventa un’enciclica sociale.

 

Qui fa riferimento a Bartolomeo I. Bartolomeo I s’è sempre battuto per l’ambiente. Nei suoi scritti ha sempre fatto riferimento alla devastazione dell’uomo nei confronti della natura. In particolare ha fatto riferimento alla perdita di biodiversità, al danneggiamento degli ecosistemi e sopratutto dei servizi ecosistemici. Vi faccio solo un esempio. Pensate che stanno sparendo le api impollinatrici, e non soltanto le api ma anche molti altri insetti impollinatori stanno sparendo. Questa è una perdita di servizio ecosistemico che a noi non costa nulla (perché la natura non ci fa pagare nulla), ma se dobbiamo sostituirla con capitale artificiale (cioè con i sistemi della tecnologia della produttività) ci costerà molto. […]

Contributo umano al cambiamento climatico. Bartolomeo I riconosce (ormai però lo riconoscono anche il 99% degli scienziati) che esiste anche una componente antropica al riscaldamento terrestre. Cosa vuol dire? Vuol dire che l’uomo è responsabile del riscaldamento del pianeta Terra, […] sopratutto per via della combustione dei combustibili fossili la quale produce anidride carbonica (che è un gas a effetto serra e che riscalda l’ambiente). […]

Papa Francesco entra nel dettaglio di quelle che sono le varie emergenze planetarie. Parla appunto anche della distruzione delle foreste pluviali (soprattutto in Amazzonia e nell’ex Congo Belga) e dell’inquinamento delle acque (sopratutto nei Paesi africani). Sembra una cosa assurda ma, purtroppo, sempre per questo paradigma tecnocratico, noi stiamo invadendo dei territori che dal punto di vista ecologico erano dei “paradisi terrestri” e stiamo rovinando sopratutto le acque inquinandole con i rifiuti dei processi produttivi. Bartolomeo I dice che tutte queste cose sono crimini contro la natura e quindi, essendo stare recepite dal papa attraverso la Laudato si’, sono diventate anche dei peccati: possiamo dire che “non danneggare la natura” è l’«undicesimo comandamento» del cristiano.

 

Veniamo agli assi tematici. Dicevo che gli assi tematici sono la “trama”, cioè l’ordito è l’enciclica e poi c’è la trama che lega i vari “pezzi” della nostra enciclica e ne conferisce anche una certa struttura unitaria. Molto velocemente:

 

  • uno – l’ho già ricordato prima – degli assi tematici più importanti (che viene spesso ripetuto) è la relazione tra il degrado ambientale e il degrado sociale. Questo è un tema che ricorre molto, molto spesso nell’enciclica; […]

 

  • noi siamo una rete di relazioni. Noi viviamo in una rete di relazioni. L’uomo non è “individuo” come dice l’homo oeconomicus dell’economia neoliberista. Non è individuale, non è egoista. Dopo diventa egoista se lo mettiamo in certe condizioni, ma l’uomo è un animale sociale. E, quindi, primariamente è un animale che cerca gli altri. Si tratta ovviamente di metterlo nelle condizioni di poterlo fare in modo da evitare tutti i disastri che sono venuti fuori in questi decenni. […] Tutto, dicevo prima, è intimamente connesso su tutti i piani dell’esistenza. Qui Papa Francesco entra nel discorso teologico del “mandato di Dio” e fa riferimento a dei passi della Genesi nella Bibbia (dove Dio ha dato “mandato” all’Uomo di curare e coltivare il Creato). Il ruolo fondamentale dell’Uomo sulla Terra per il cristiano (ma direi anche per il non cristiano) è il senso di responsabilità che deve avere un Uomo provvisoriamente qui sulla Terra è quello, appunto, di cercare di unire più che dividere, collaborare più che competere. Quindi, cercare di unire questi fili, queste relazioni, questa rete complessa di relazioni in modo che le cose funzionino armonicamente (cosa che non sta succedendo adesso). Quindi, tutto è intimamente connesso. […] È come la molla del materasso: quando noi tocchiamo una molla, si muovono tutte. Noi dobbiamo pensare ad una cosa di questo genere, perché l’universo è fatto così. Non lo dice solo Papa Francesco, ma ce lo dice anche la meccanica quantistica. La fisica subnucleare ci dice una cosa di questo genere. Come dicevo prima, che le particelle non esistono, che la materia non esiste. Non esistono le forze ma sono reti di relazione. […] Effettivamente dovremmo riflettere su questa visione del mondo, che è antitetica rispetto a quella che ci stanno proponendo adesso, che ci stanno proponendo da almeno 40 anni, della competizione, della distruzione dell’ambiente. È antitetica: dobbiamo riflettere;

 

  • la critica al paradigma tecnocratico (questo paradigma dell’attualità) e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia. Questo è un altro aspetto molto importante. La tecnologia non è neutrale. La tecnologia implica un comportamento umano. […] Cosa vuoi dire tecnologia della produttività? Produrre tante cose con meno persone (cioè, produttività dei fattori di produzione). I fattori di produzione sono il lavoro e il capitale. Il capitale non è che un “accumulo” di lavoro. Alla luce dell’enciclica, e dell’economia ecologica, riflettiamo sul discorso del lavoro. Perché ormai il lavoro è “proprietà” delle macchine, e prossimamente dellintelligenza artificiale. Quindi, sicuramente è inutile stare ad ascoltare i talk show dove si preoccupano tutti perché “non avremo lavoro”. Le macchine ci hanno portato via il lavoro manuale, i robot “intelligenti” ci porteranno via il lavoro intellettuale: e noi che facciamo? Dobbiamo riflettere. Secondo me l’enciclica ha dato uno spunto di riflessione. Ve lo butto lì soltanto: teniamo separati due diversi concetti di lavoro. Da un lato, il concetto di lavoro che serve a produrre beni e servizi per soddisfare le esigenze dell’uomo, perché quello sarà il lavoro che sarà dato alle macchine, quello è il lavoro che nell’antica Grecia veniva fatto svolgere agli schiavi, e noi faremo svolgere quel lavoro (sia manuale, sia intellettuale) ai nostri schiavi moderni che sono le nostre macchine e i nostri robot ad intelligenza artificiale. E noi? Cosa facciamo? Che lavoro facciamo? Ecco che Papa Francesco dice di stare attenti, fa riferimento a San Francesco, a San Bonaventura: «Ora et labora». Quindi, il lavoro umano è un lavoro più “aulico”, più “alto” di ciò che è la produzione di beni e servizi. E noi dobbiamo andare in quella direzione. È ricreazione, è attenzione all’Uomo, è attenzione alle persone. Sono tutti quei lavori che sono sociali,che servono alle persone. Sono lavori che si riflettono non tanto sul piano economico. Secondo me questa è una cosa da studiarci sopra, perché nessuno ha mai pensato a una roba di questo genere in quanto il lavoro umano è sempre stato associato alla produzione di beni e servizi. Visto che noi abbiamo il problema che il lavoro ce lo porteranno via le macchine, l’intelligenza artificiale, etc allora dobbiamo trovare un altro modo per esprimere la nostra umanità. Quindi, un lavoro che sarà più sul sociale, più sull’ambiente, più sulle altre dimensioni dell’uomo (che sono la dimensione sociale, la dimensione ambientale, la dimensione spirituale. “Spirituale” non intesa soltanto in senso religioso, ma anche intesa come ricreazione. Un ricreazione intesa non come ozio ma come un tempo libero di pensare anche gli altri). Secondo me queste sono tutte aree che dovremmo approfondire; […]

 

  • l’invito a cercare nuove forme di progresso economico superando l’economia della crescita illimitata, che è l’economia del paradigma tecnocratico, l’economia neoliberista in cui il PIL deve sempre aumentare. […] “Nulla importa che il PIL cresca o non cresca, deve crescere l’Uomo”, dice Papa Francesco. Tra l’altro già economisti illustri del passato, come John Stuart Mill, avevano detto una cosa del genere. Non è che lo stiamo dicendo noi adesso per la prima volta. È l’economia dello Stato stazionario, dove nulla cresce ma tutto si sviluppa. Pensate a un uomo: prima è un bambino, poi cresce. Paragoniamo ciò alla crescita economica. Per cui ad esempio è giusto che ci sia crescita nei Paesi […] che sono ancora indietro. Un organismo vivente ad un certo punto smette però di crescere. Ad esempio, l’Uomo arriva all’età adulta e poi smette di crescere. Si sviluppa: diventa più saggio, più colto, etc. La stessa cosa deve fare l’economia, perché l’economia è un sistema che deriva dall’Uomo. Anch’essa è un organismo vivente. È “l’enne più uno sistema dell’ecosistema”, come dicono alcuni. Quindi, anche l’economia arriverà a un certo punto dove smetterà di crescere […] e dovrà iniziare a svilupparsi. Senza una crescita materiale ci sarà comunque un progresso. E sarà anche un grosso progresso. Si vede con tutti gli organismi, si sviluppano e si sviluppano anche bene. Dall’ameba siamo diventati Uomo. Non so se sia meglio o peggio, ma comunque c’è stato uno sviluppo. Senza crescita, in quanto da allora a oggi il Sole ci ha sempre dato la stessa energia e il pianeta Terra è sempre stato delle stesse dimensioni. Nulla è cambiato, si è solo sviluppata la vita all’interno dell’ecosistema;

 

  • si deve pensare che ogni essere vivente ha un valore intrinseco. Non soltanto un valore funzionale all’uso che ne fa l’Uomo. Ogni animale – un bue, una mucca, una capra, ma anche un insetto – ha un valore intrinseco, perché rappresenta la vita ed è la biodiversità che insegna a noi tante cose. Pensate come sarebbe più povero un ambiente di monoculture, dove non ci sono più biodiversità, immensi ettari coltivati tutti con lo stesso seme. [Tale ambiente] non ha la resilienza per poter continuare a vivere. Quindi, la biodiversità è un valore a cui noi dovremmo tenere. E non soltanto la biodiversità genetica, ma anche la biodiversità culturale. Quindi le diverse culture, le radici delle culture. […] Dobbiamo mantenere le nostre radici in modo da essere in grado d’identificarci in qualche modo per poi proiettarci noi confronti degli altri. […] Dobbiamo andare verso gli altri, ma mantenendo le nostre radici, la nostra cultura. Sapendo chi siamo, perché altrimenti ci confondiamo e non siamo in grado di aiutare gli altri se non sappiamo chi siamo noi;

 

  • la consapevolezza che l’ecologia integrale rispetta il vero ruolo dell’Uomo, quindi dal punto di vista antropologico è un sistema socioeconomico ottimale. […] L’antropologia del paradigma tecnocratico è un’antropologia dispotica, crede di essere sopra alla natura e quindi crede di poter dominare la natura con la sua tecnologia della potenza. Questo dal punto di vista generale. Dal punto di vista del cristiano, ciò corrisponde al fatto che il mandato di Dio di curare e coltivare il Creato non viene ottemperato. Invece di curarlo e coltivarlo, così il Creato viene distrutto. Questa è un’antropologia dispotica. Come alternativa a questa antropologia dispotica abbiamo il biocentrismo, il quale è il pensiero degli ambientalisti secondo cui tutte le creature hanno pari dignità. Papa Francesco dice che questo non sarebbe proprio corretto, perché è giusto che noi riconosciamo una maggiore dignità all’Uomo. Per il credente, in quanto l’Uomo è l’unica “creatura personale” creata da Dio. “Personale” qui vuol dire che ha una propria volontà, un proprio io, quindi Dio può colloquiare e dialogare con l’Uomo a tu per tu. […] Può dialogare a tu per tu con l’Uomo in quanto il logos è sia nell’Uomo che in Dio, quindi è l’unico “essere personale”. C’è però anche un altro motivo antropologico per cui Papa Francesco dice che è giusto riconoscere una maggiore dignità all’Uomo. È il discorso del “curare la natura”, che significa dare responsabilità all’Uomo. Per il cristiano la natura non è una divinità (come dicono i “new age”). Per il cristiano essa è una creatura, come l’Uomo, per cui è perfettibile. Non è perfetta. […] Distruggere o curare la natura è nella discrezione dell’Uomo. Noi siamo arrivati ad avere una tecnologia che è così potente che ci permette di avere questa grossa responsabilità. Se noi consideriamo la natura un essere da curare, allora noi sentiamo dentro di noi questa responsabilità di comportarci in modo etico. Curare e coltivare. Normalmente coltivare vuol dire arare, tirare fuori i frutti dalla terra, etc. Coltivare vuol però dire anche aiutare la natura ad esprimere le sue potenzialità. Secondo i credenti, aiutare la natura ad esprimere le potenzialità che Dio ha messo innate nella natura. Questo è in sintesi il “creazionismo evolutivo” (una delle forme di creazionismo) sostenuto da Pierre Teilhard de Chardin. Papa Francesco sembra d’accordo con questo punto di vista. Dal punto di vista scientifico, chi crede nell’evoluzione non può che essere d’accordo. [Secondo questa visione] Dio non ha creato il mondo in sei giorni e poi è finita lì. Dio ha creato un mondo potenzialmente in evoluzione, che si sta evolvendo. Quindi, per i cristiani evolutivi, la creazione è un qualcosa che è sempre in atto. Non si è conclusa millenni e millenni fa, non si è fermata mai ed è sempre in atto con l’evoluzione. Ecco che il mandato di Dio all’Uomo è quindi di coltivare, nel senso di dare la responsabilità all’Uomo di far uscire quelle potenzialità che sono inespresse ma dentro la natura. Questo è molto importante, perché noi oggi abbiamo il problema degli OGM, i problemi dell’etica biologica, della clonazione, etc. […] Noi uomini dobbiamo recuperare un valore etico. […] La scienza deve andare avanti, deve capire. Attenzione però, poi ci deve essere la tecnologia che si ferma al punto giusto. La scienza può andare avanti, ma la tecnologia (la quale è una forma di sfruttamento della conoscenza a fini politici, la tecnologia è opportunista) si deve fermare quando noi capiamo che l’Uomo non sta aiutando la natura a fare uscire le sue potenzialità inespresse ma la sta distruggendo;

 

  • un altro aspetto molto importante (che, tra l’altro, si rifà poi a quello che è il nuovo pensiero scientifico – che non è quello della scienza tradizionale sperimentale galileiana, se vogliamo) è la scienza postnormale. La scienza postnormale è un metodo scientifico che non riguarda soltanto le scienze ma comprende nella conoscenza tutte le forme di sapere. […] Noi oggi viviamo in un ambiente talmente complesso, tutti i problemi sono diventati così complessi, inestricabili, che l’atteggiamento che andava bene ai tempi di Galileo (o ai tempi comunque della meccanica classica, fino al ‘700 diciamo) – in cui c’era un problema e lo affrontavamo con una soluzione tecnologica – oggi non va più bene. […] Il pensiero ecologico (o pensiero sistemico) è il modo di ragionare di uno che vuole sapere quali sono le soluzioni ottimali a un problema complesso. La scienza risolve solo problemi semplici, i problemi complessi devono essere risolti da un gruppo di persone che provengano da varie estrazioni, conoscenze, esperienze, saperi. Quindi non soltanto il sapere tecnologico e scientifico ma anche il sapere filosofico, il sapere umanistico, il sapere psicologico, etc- Tutte queste forme di saperi devono arrivare a definire quella che è la soluzione definitiva a quello che è un problema complesso. […] Sappiate quindi che esiste una scienza, che si chiama scienza postnormale, che di scienza ha solo una parte in quanto integra nel modo di risolvere i problemi anche quello che non è scienza, quello che è umanesimo, quelle che sono le varie forme del sapere. Anche l’arte. Il papa stesso dice che la bellezza deve entrare nelle forme di conoscenza dell’Uomo insieme al sapere scientifico, ma non al di sotto del sapere scientifico: a pari livello. Il sapere scientifico dà solo soluzioni sintomatiche a un problema complesso, il sapere integrale – dell’ecologia integrale – cerca, punta alle soluzioni definitive del problema. Infatti voi sapete che, qualsiasi problema che noi abbiamo adesso, la scienza cerca di risolverlo con la tecnologia. Salvo che lo stesso problema si ripresenta successivamente sempre d’accapo finendo poi per ritrovarci a rincorrere sempre una soluzione per gli stessi problemi. […] È da 40 anni che si parla di crisi, è da 40 anni che si parla degli stessi problemi eppure non li abbiamo ancora risolti: ci possiamo domandare perché? […]

 

  • Papa Francesco dice che vi è una grave sottomissione della politica a qualsiasi livello, non soltanto a livello nazionale ma anche internazionale, alla finanza e al potere della tecnologia della produttività;

 

  • una conseguenza del paradigma tecnocratico è lo stile di vita consumistico. Tale stile di vita è una conseguenza del fatto che l’élite tecnocratica ha bisogno (ovviamente per i propri interessi) di avere delle persone che siano soggette ad una nevrosi ossessiva-compulsiva “da consumismo” (io la chiamo così) e che quindi continuino a comprare, perché in questo modo offrono tecnologia “dall’alto in basso” e quindi è come se ci fosse una “pompa” che aspira i soldi “dal sotto” e li manda, li concentra, “in alto”. Da qui nasce l’enorme differenza tra i ricchi e i poveri: dalla tecnologia della produttività, dal paradigma tecnocratico. […] Quella di Papa Francesco è una voce che va contro ciò che sta succedendo da 40 anni in tutto il mondo. Non sono nessuno ma appoggio quest’uomo al 100%. Sta dicendo delle cose che, a mio avviso, possono essere la soluzione di tutti i nostri problemi. Se noi andiamo avanti così, con il “nostro” sistema, con il “nostro” paradigma tecnocratico (che ci sta schiacciando), noi collasseremo. E collasseremo globalmente, perché siamo globalizzati. Un conto è collassare individualmente, e ci sono altri che ti aiutano. Qui nessuno ci sarà ad aiutarci, perché il mondo collasserà insieme. […] La cultura dello spreco, che deriva appunto dalla cultura del consumismo, non significa soltanto spreco di risorse o di beni, ma è anche spreco di persone: prostituzione, droga, etc. Pensate sempre ai vari piani, che sono interconnessi tra di loro;

 

  • a concludere gli assi tematici, questa esortazione, questa chiamata a cambiare paradigma e ad abbracciare un nuovo stile: il paradigma della giustizia, che è quello dell’ecologia integrale. Papa Francesco, si badi bene, dice che non si può fare individualmente. In quanto, se da domani uno volesse ad esempio fare il “virtuoso”, si troverebbe poi in un contesto sociale per cui sarebbe difficile riuscire a fare ciò che desidera fare per via del fatto che siamo in una società consumistica, dove tutto si consuma. E, quindi, bisognerebbe essere uno molto virtuoso per poterlo fare. Papa Francesco dice che, allora, bisogna organizzarsi in comunità – comunità locali, associazioni – che inizino a fare delle attività e, a poco a poco, le varie persone che si sentono appartenere a queste organizzazioni crescono in resilienza. Quindi, possono pensare di fare questo passo e superare il paradigma tecnocratico andando verso l’ecologia integrale e verso nuove forme di stili di vita.

 

Video a cura di Joel Samuele Beaumont

Trascrizione a cura di Francesco Chini

 

Le slide della presentazione completa (in formato pdf) di Carlo Marazzi sono reperibili qui             

Incontro pubblico svoltosi lunedì 5 giugno 2017 presso La Fabbrica dell’Animazione in via San Maurilio 8, Milano.       

 

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Carlo Marazzi Ingegnere energetico. Laureatosi nel 1976 in ingegneria nucleare presso il Politecnico di Milano, è progettista e consulente nei settori dell’efficienza energetica, delle energie rinnovabili e dell’ingegneria bioclimatica, temi riguardo ai quali ha partecipato come relatore a conferenze e seminari per conto di società multinazionali ed enti pubblici. Tra i suoi interessi vi è lo studio del pensiero sistemico con l’obiettivo di coniugare economia, ecologia ed energetica in un’ottica interdisciplinare.

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