MATHEW FORSTATER: PIENO IMPIEGO E SOSTENIBILITÀ ECOLOGICA

PREFAZIONE ALLA TRADUZIONE ITALIANA

In questo testo, intitolato Pieno impiego e sostenibilità ecologica” e originariamente pubblicato nel 2001 dal CFEPS (“Centro per il Pieno Impiego e la Stabilità dei Prezzi”), si propone che l’approccio macroeconomico descritto da Abba Lerner con la definizione di finanza funzionale venga adottato come strumento utile a realizzare il pieno impiego e a promuovere la sostenibilità ecologica.

L’autore, l’accademico statunitense Mathew Forstater, declina così il concetto di Lavoro Garantito (“Job Guarantee”, già incluso a livello sistemico nella Teoria della Moneta Moderna) in ottica ecosistemica (tipica del modello, elaborato tra gli altri anche da Herman Daly, dell’economia ecologica, che prevede la transizione da un’economia fondata sulla crescita del PIL a un’economia di stato stazionario). Forstater ritiene che sia così possibile superare le obiezioni in merito al rischio ambientale derivante dalla gestione keynesiana della domanda aggregata. Come ricorda l’economista australiano Bill Mitchell:

«Qualora fosse possibile espandere la domanda abbastanza da promuovere una crescita sufficiente a tenere il passo con l’incremento della forza lavoro e della produttività e, in tal modo, assorbire l’enorme bacino costituito dai disoccupati di lunga data, come potrebbero farvi fronte gli ecosistemi naturali, che già oggi sono sottoposti a notevoli livelli di stress? È necessario modificare la composizione della produzione finale mediante l’introduzione di processi ecosostenibili. Non è necessario un aumento della domanda in generale, bensì un aumento della domanda in certi settori di attività.»

In questo contesto è fondamentale superare il quadro microeconomico (e neoliberista) che caratterizza il livello di operatività nel quale le aziende private agiscono, come Forstater evidenzia:

«In un’economia capitalista, le pressioni concorrenziali limitano notevolmente la discrezionalità delle imprese in merito ai fattori produttivi necessari per la realizzazione dei beni, ai prodotti realizzati e ai metodi di produzione impiegati. Le imprese decidono in base a una loro stima, circa la profittabilità delle soluzioni alternative, che implica la minimizzazione dei costi d’impresa. Un’azienda non ha incentivi di mercato diretti che le permettano di farsi carico degli oneri, in termini di costi, che ricadono su terzi o sulla collettività in generale, inclusi i costi derivanti dal danneggiamento dell’ambiente. Ad esempio un’azienda può scegliere un particolare metodo di produzione che, in relazione alla sua efficienza, genera inquinamento e impone costi sociali. Qui, con “efficienza” s’intende la minimizzazione dei costi di produzione sostenuti dal privato. Essa non solo non garantisce una più ampia “efficienza sociale”, ma può anche ridurla.»

All’interno del quadro micro, l’aumento dell’efficienza industriale è un fattore chiave di concorrenza, mentre l’incremento dell’efficienza sociale (obiettivo fondante dell’economia ecologica) è un fine secondario, quando presente (solo il legislatore, rispondendo ad una richiesta della collettività a sua volta determinata da una consapevolezza sociale ambientale, può generare un’inversione di tale ordine di priorità – il libero mercato, lasciato a se stesso, semplicemente non può). Ciò richiede l’adozione di un criterio differente rispetto a quello tradizionale dell’analisi costi benefici. Così Forstater osserva:

«Gli approcci tradizionali non sono in grado di affrontare la maggior parte dei problemi ambientali caratteristici delle moderne società industriali (e post industriali). Le condizioni ecologiche impongono dei limiti che sono difficilmente compresi da chi affronta i problemi ambientali nell’ottica di riferimento della teoria economica tradizionale… In un contesto in cui ogni cosa deve essere ridotta a valori monetari, non si considerano le differenze qualitative tra i diversi costi e benefici, in termini di conseguenze ambientali.

In realtà, un buon modo per illustrare il problema è quello di riflettere sulla differenza tra l’analisi costi benefici e l’analisi costi efficacia. Nell’analisi costi benefici… gli obiettivi politici sono individuati dall’analisi economica stessa. La quantità di inquinamento da emettere, il limite massimo di esauribilità di una risorsa o l’estensione delle zone umide da preservare, si ottiene in base ad un equilibrio, espresso da un’uguaglianza matematica. Nell’analisi costi efficacia, invece, gli obiettivi politici sono individuati al di fuori dell’economia, ossia nell’ambito di un processo politico democratico basato su un’informazione scientifica riguardante i limiti biofisici. L’economia viene poi impiegata per cercare di trovare i migliori strumenti, in termini di rapporto costo efficacia, necessari a raggiungere gli obiettivi individuati in modo indipendente, mediante un processo politico democratico. Si tratta di un’enorme differenza.»

L’autore sta, nei fatti, proponendo un mutamento radicale di prospettiva: da una visione preanalitica nella quale le persone e il pianeta sono al servizio dell’economia, a una visione preanalitica nella quale l’economia è al servizio delle persone e del pianeta. Così Bill Mitchell descrive graficamente questo cambio di visione:

“Due visioni dell’economia”, di Bill Mitchell.

A sinistra è rappresentato il modo in cui tradizionalmente l’economia viene concepita (a volte definito anche come “paradigma neoliberista”), ossia come una sorta di “entità” che si autoregola in base ai princìpi del libero mercato (concetto che è a volte espresso con il termine di “mano invisibile”). A destra è invece rappresentato un modello nel quale il fulcro non è più l’economia, bensì l’ecosistema composto dal pianeta e dall’uomo. In tale visione, l’economia è considerata uno strumento mentre l’obiettivo è il benessere – inteso in termini d’interazione ecosistemica tra persone e pianeta – dell’uomo.

Herman Daly sintetizza il cambio di visione preanalitica di fondo, da visione neoliberista a visione dell’economia ecologica, rappresentando l’ecosistema (nel quale coesistono uomo e ambiente) e l’economia (intesa in qualità di complesso dei processi economici) come insiemi integrati:

“Economia: due visioni contrapposte”, di Herman Daly.

In “Economia: due visioni contrapposte”, di Herman Daly, vi è in alto l’ecosistema raffigurato in qualità di sottoinsieme dell’economia mentre in basso è rappresentata la situazione diametralmente opposta, ossia l’economia come sottoinsieme dell’ecosistema.

Nello specifico, la visione dell’economia neoliberista è così descritta da Daly:

“La visione dell’economia neoliberista”, di Herman Daly.

L’espansione all’infinito dell’economia è intesa, nella visione neoliberista, come quel processo atto a rendere l’economia sempre più immateriale. Pertanto, l’economia si espande sempre di più verso l’offerta e il consumo di servizi immateriali. Si tratta di un dato incontestabile. La questione è però se tale processo sia effettivamente infinito, visto che – banalmente – l’uomo non può smaterializzarsi. Sicché, fatta salva l’ipotesi di divenire tutti fantasmi, l’economia nel suo complesso non potrà che essere inevitabilmente soggetta ai limiti fisici propri della natura.

Questa semplice considerazione porta Daly a rivedere il rapporto, tra ecosistema ed economia, invertendolo. Si giunge così alla visione preanalitica di fondo che caratterizza l’economia ecologica:

“La visione dell’economia ecologica”, di Herman Daly.

La consapevolezza, del legame imprescindibile che rende l’economia dipendente dall’ecosistema in modo vitale, porta alla logica affermazione che il sistema economico non può esistere indipendentemente dall’ecosistema. Di conseguenza, al fine di descrivere coerentemente il sistema economico in termini aggregati, risulta utile affiancare alla visione macro dell’economia anche una visione macro dell’ecologia. L’economia ecologica trae la sua origine da questa presa di coscienza.

L’economia ecologica nasce pertanto con lo scopo di affiancare, integrandola, la descrizione della “parte simbolica” dell’economia (ossia ciò che normalmente viene definito come macroeconomia) con quella della “parte reale” dell’economia (ossia l’insieme di ciò che incide sull’ecosistema, inclusi la composizione della produzione industriale, il consumo e la produzione di energia, lo smaltimento dei rifiuti compresi quelli derivanti dai processi industriali, il consumo di territorio e l’antropizzazione del paesaggio anche attraverso l’agricoltura, et cetera). Si tratta quindi di un approccio sistemico multidisciplinare che, in quanto tale, è in costante evoluzione.

In Pieno impiego e sostenibilità ecologica”, l’autore ci presenta dunque una descrizione della “parte simbolica” dell’economia basata sui princìpi della finanzia funzionale (e, in particolar modo, della Teoria della Moneta Moderna) alla quale egli affianca un’analisi macro della “parte reale” dell’economia basata sui princìpi dell’economia ecologica. La proposta d’istituire ciò che Forstater chiama Gruppi di Servizio Ecologico, o Gruppi Ecologici, è un esempio pratico di tale combinazione. In questo modo, viene non solo assicurato che  il diritto al lavoro (enunciato sia nell’articolo 4 della Costituzione Italiana, sia nell’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo) si concretizzi, bensì che ciò avvenga in maniera tale da essere anche sostenibile dal punto di vista ambientale.

La traduzione completa del testo di Mathew Forstater è consultabile qui.

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