STORIA DI UN FILO INVISIBILE

petitC’era una volta ed ora forse non c’è più un filo calato dall’alto, cresciuto dal basso ed espanso in tutte le direzioni e verso nessuna.
Nessuno lo vedeva, però tutti sapevano che c’era, perché ognuno se lo sentiva nel cuore, come se fosse in asse col cuore di tutto il Creato. Era quindi dappertutto ed in ogni momento, capace di suggerire senso e significato del mistero, del magico, dell’ignoto, di un altrove da cogliere idealmente col proprio senso dell’immaginario. Questo filo invisibile stava sempre come sospeso, sulla soglia tra realtà e fantasia. Non poteva mai essere cancellato, rimosso, superato.

Si sapeva che era così da sempre e così sarebbe dovuto essere ancora.
Poi da lontano nel tempo e nello spazio provenne una rivoluzione che promise la possibilità di realizzare il paradiso in terra mediante l’esaudimento di qualsiasi desiderio, materiale e non, anche quello più strano e recondito.
Per un tempo infinito fu vista come una rivoluzione tra le tante, invece non solo cambiò il mondo, trasformandolo, ne inventò uno completamente nuovo.
Fu chiamata industriale.

Tutti, prima o poi, si misero a correre, a piedi, con le carovane, coi barconi o in macchina, ricchi e poveri, istruiti e ignoranti, credenti e non credenti, genti del nord e del sud del mondo, a perdifiato, a rotta di collo, spesso senza guardare in faccia nessuno, né ai lati, solo avanti, sempre avanti, con brama, con fretta, per raggiungere quanto prima l’ agognato benessere, sotto forma di un posto in prima fila del paradiso migliore.
Ognuno fu colto dalla malattia dell’ebbra ubriacatura per la ricerca della maggiore felicità.
Venne chiamato, a seconda dei casi, crescita, progresso o sviluppo.
Molti caddero nella corsa, vennero semplicemente catalogati come un dovuto costo collaterale da pagare per il miglioramento delle sorti dell’umanità.
Pochi però s’accorsero che, nel frattempo, quel filo sempre più tendeva a scomparire ed ad apparire una povertà mai vista, meglio chiamarla miseria.

Non era infatti tanto e solo un’assenza, una perdita di cose e di risorse, anche primarie, come in passato era accaduto in conseguenza di stati di povertà vissuti, ma la sensazione crescente di sentirsi completamente scollegati da tutto e da ogni, come tanti piccoli Ulisse, in odissea senza ritorno nello spazio, come cellule asteroidi impazziti nell’universo infinito.

Dove si sarebbe potuto allora svolgere lo sguardo?
Non si seppe mai, non si sapeva, non si sa, perché tale bruciante domanda, partita da lontano nel tempo e nello spazio, chiede risposte sempre più pressanti nel qui ed ora contemporaneo.
L’unica possibilità consiste nel ricreare consapevolmente, con la forza immacolata, creativa e fantasiosa dei pionieri, quel filo invisibile, unico custode degli infiniti perché del cosmo, una sorta di nuova utopia, però non più legata allo Spazio, come sempre accaduto nella storia dell’Occidente, ma al Tempo.

Significa quindi rallentare per ascoltare, per godere semplicemente del mistero più autentico e più grande, la vita, sapendo però che, prima della definitiva ed ultima trasformazione, nessuno potrà mai avere una risposta.
Trovarsi ogni volta, nel qui ed ora, per raccontarsi ed ascoltarsi con passione – che, detto, per inciso, contiene il termine ‘passi’, cioè l’atto del camminare – storie di terre coltivate, le quali suggeriscono sempre l’ alba di un nuovo inizio.
Provate a raccogliere allora una manciata di buona terra tra le mani, tenetela a modo di preghiera, annusatela, ascoltatela e sentirete sprigionarsi sottilmente tutta la sua forza lievitante del selvatico, ciò di cui abbiamo più bisogno per rimettere in asse il nostro cuore smarrito col cuore di tutto il Creato.

Gianluca Bonazzi