UN TÈ CON… VANIA DAL MASO

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“Tocca la lira con le dita, tutto il dolore dell’animo sparirà. La melodia dolcisonante conforta i cuori tristi.” Diceva più o meno così Helius Eobanus Hessus, poeta tedesco vissuto tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500. Queste – e altre parole simili – si ritrovano incise su certi strumenti musicali antichi, come se il costruttore volesse attribuire al suo prezioso manufatto voce, pensiero e anima. Ebbene, nascono dalla lettura di questo motto la mia curiosità e il mio desiderio di incontrare Vania Dal Maso, clavicembalista, musicologa e docente di teoria e semiografia musicale al Conservatorio di Musica di Verona.

Ci incontriamo in una luminosa giornata di fine estate per un tè sulle Torricelle, una delle zone più panoramiche di Verona, la città a cui né io né lei apparteniamo ma a cui siamo entrambe così profondamente legate.

Barbara Coffani: Vania, tu ti occupi di “musica antica”. In che cosa consiste esattamente la tua attività?

Vania Dal Maso: Sinteticamente, “musica antica” è la musica di epoche passate per la cui esecuzione – mancando la trasmissione diretta da maestro ad allievo – sia necessario attingere a fonti scritte (trattati, metodi, testimonianze varie) del periodo corrispondente. Ogni pagina di musica scritta giunta fino a noi, essendo figlia del proprio tempo, contiene tutti i dati necessari per essere riprodotta in suono sulla base delle convenzioni musicali della sua epoca. Per riprodurre musiche di epoche lontane in maniera consapevole è molto importante conoscerne accuratamente teoria e prassi esecutiva correlate. Si è quindi creato un movimento che ha avuto varie denominazioni… direi che quella più appropriata sia HIP, ovvero historically-informed performance. La mia attività di interprete e di didatta si svolge preliminarmente attraverso lo studio delle fonti, che mi permette di eseguire la musica su strumenti adeguati, con consapevolezza, e di trasmettere le conoscenze ai miei studenti in modo appropriato.

B: Come nasce questa passione?

V: Ho iniziato ad amare la musica antica in tempi lontani, quando ancora ero studente al conservatorio di Venezia e mi fu proposto di trascrivere alcune sonate concertate di Tarquinio Merula del 1637 ed eseguirne il “basso continuo”. Fu un colpo di fulmine. Chi suona la musica di un tempo deve aggiungere, integrare, mettendo in gioco la propria creatività. Poi sono via via andata sempre più indietro. La ricerca nel passato è di per sé affascinante, ma al di là di questo mi sono resa conto che guardare indietro permette di vedere avanti. Ora che sono andata alle radici comprendo meglio quello che è venuto dopo. Trovo che trascurare la storia delle arti, il modo in cui si sono evolute e sono giunte fino a noi, ci impoverisca. Pensa solo al fatto che nel ‘500, ad esempio, non esisteva una unità di misura comune e si usavano le proporzioni, uso che abituava all’armonia. Anche le forme musicali – e le relazioni di durata dei suoni – si servivano delle proporzioni…

B: E come mai proprio il clavicembalo?

V: Perché a differenza del pianoforte, sia pur attraverso l’uso di una tastiera, si percepisce il contatto con la corda generatrice del suono. Inoltre, la semplicità della sua costruzione consente il “fai da te” nell’accordatura e nelle regolazioni e manutenzioni varie.

B: Ad ascoltarti, sembra quasi che tu possa toccare il suono con le dita…

V: Già. Il motivo fondamentale, però, è di natura musicale. Il fatto che in epoca rinascimentale e barocca la pagina musicale scritta andasse integrata dall’esecutore con competenza e aderenza allo stile mi ha sempre coinvolto. È stato quindi immediato, per me, dedicarmi al clavicembalo, lo strumento appropriato per eseguire la musica del ‘500, ‘600 e ‘700 sia solistica che d’insieme.

Vania sorseggia il suo tè nero al limone e io la osservo. Definirla “musicista” è riduttivo rispetto a quello che riesce a trasmettere a chi le sta vicino. Le sue competenze vanno ben al di là della materia musicale e la sua non è solo passione: Vania è completamente e totalmente tesa e assorbita dalla creazione della sua Musica.

B: Mi sono sempre chiesta se la musica abbia qualche tipo di influenza sulla nostra “forma”, sul modo in cui siamo fatti…

V: Decisamente. Parlerei proprio di nutrimento sonoro. Ci sono degli studi che dimostrano come la musica influenzi il nostro sistema nervoso. Certe sequenze di suoni svincolati da ritmi precisi stimolano le onde alfa, (n.d.r. Il ritmo alfa è la frequenza che si registra all’elettroencefalografia in un soggetto sveglio ma completamente rilassato) l’ho sperimentato io stessa, ad esempio calmano il respiro. Al contrario, un ritmo molto marcato caratteristico della musica rock, come il ritmo “anapestico interrotto” (due battiti corti seguiti da uno lungo: lo possiamo ascoltare in I can’t get no satisfaction dei Rolling Stones), essendo l’opposto del ritmo naturale cardiaco dell’uomo, anziché dare energia, indebolisce la muscolatura, rende inquieti, incapaci di prendere decisioni e danneggia la salute… La musica delle discoteche fa addirittura perdere la cognizione del tempo che passa perché ripete infinite volte un medesimo modello, non ha una costruzione formale che si sviluppa con inizio-svolgimento-conclusione. Non hai mai il senso di essere arrivato a qualcosa.

B: Tu sei anche insegnante. Che cosa vedi nei ragazzi di oggi, relativamente al loro rapporto con la musica?

V: Fondamentalmente ci si avvicina a ciò che si conosce. Purtroppo noi abbiamo generalmente poca cultura musicale. Ai ragazzi non manca nulla, fisiologicamente e intellettualmente parlando. Anzi, loro hanno tutto quello che serve per fruire della Bellezza, solo che non sono abituati perché la nostra cultura e, in particolare i nostri media, non li abituano. Non esiste più una cultura musicale. Un amico mi faceva notare che, da quando in tv non trasmettono più le partite di tennis, sono calate le iscrizioni da parte dei ragazzi ai corsi… Del resto la musica, come ogni altro linguaggio, è lo specchio del tempo in cui è prodotta.

B: Tornando allora alla frase che ha suscitato in me tanta curiosità…

V: Si trova in un’opera che tratta degli elementi (aria, acqua, terra, fuoco) e delle loro qualità, del sangue, degli umori in relazione al tempo (anni e stagioni), delle afflizioni dell’animo ecc. In seguito, uno di questi versi lo si ritrova trascritto nella parte interna del coperchio di un virginale di Ioannes Ruckers (Anversa, 1598), visibile con lo strumento aperto. L’idea sottesa è quella di una musica che, come una medicina, cura l’anima, concetto già presente nell’antichità.

B: Insomma, musica come trattamento di benessere…

V: Trovo, per esperienza diretta, perfetta rispondenza tra questo motto e i risultati che si ottengono con la pratica musicale.

Vania sorride, allungandomi un libretto. È un suo studio che prendendo spunto da un lavoro di Johannes Tinctoris, della seconda metà del ‘400, che descrive gli effetti della musica, si estende al pensiero del secolo seguente che attribuisce alla musica il potere di eccitare l’animo, muovere gli affetti, mitigare e quietare la furia, ecc. Che mi abbia rivelato, fra le righe, qualche misterioso segreto di bellezza…?

(nota: Vania Dal Maso si esibirà domenica 4 ottobre 2015 alle ore 17 presso l’Associazione Clavicembalistica Bolognese in occasione dell’ultima pubblicazione “Bologna tra clavicembalo e pianoforte”.)

 

Barbara Coffani

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