INTERVISTA: UN TÈ CON… AGOSTINO BERGO

Agostino Bergo

Agostino Bergo

Agostino Bergo, in arte Elilim, è un giovane pittore milanese che ha già al suo attivo diversi riconoscimenti, tra cui due piazzamenti in finale consecutivi al prestigioso Premio Nazionale di Pittura e fotografia Basilio Cascella (edizioni 2014 e 2015) e un piazzamento in finale al Donkey Art Prize 2012. Incontro questo incredibile artista in quel di Seveso, dove mi ha dato appuntamento alle 16 di martedì scorso. Non appena apre la porta vengo avvolta da un profumo sorprendente. 

B: Non mi aspettavo un caffè…

Lui sorride sornione. I patti non erano questi, ma evidentemente è uno che ama condurre il gioco. Non mi resta che seguirlo e mi accomodo in salotto, mentre si dilegua nel cucinino. Completamente vestito di nero e studiatamente “ruvido”, mi sembra uscito da un racconto di Edgar Allan Poe: mi fa pensare a Zorro o a Jack Sparrow, per via di quell’affascinante aria di oscuro-apparentemente maledetto-profondamente bello che emana dalla sua persona e dal luccichio del suo sguardo, seminascosto dal Fedora.

B: La prima domanda riguarda la tua formazione. Oltre che artista, tu hai una Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Che relazione c’è tra Legge e Bellezza?

A: Diciamo subito che se sei giurista, artista e disabile sei sulla buona strada per essere giudicato a prescindere come una persona arrabbiata, propensa alla polemica e ingestibile. In realtà hai una posizione privilegiata, ma scomoda, di osservazione della realtà: riesci ad osservare ogni più piccolo dettaglio, completando tanto il particolare quanto il quadro d’insieme. Handicap, educazione giuridica e propensione artistica possono essere ingranaggi dello stesso meccanismo contemplativo. Il primo ti costringe a guardare; il secondo a riflettere e trovare le connessioni; il terzo ti spinge a riprodurre l’armonia che credi di avere intuito. Il Diritto non è d’ostacolo alla libera ispirazione, al contrario: la educa. La Legge, come del resto le discipline più affascinanti, è allegoricamente rappresentata da una divinità femminile. Una donna bendata, con una spada e una bilancia. La radice estetica di questa visione è piuttosto precisa. Innanzitutto è una Dea intrinsecamente legata ad un altro femminile: in Italia esisteva, ora non più, il Ministero di Grazia e Giustizia. Senza l’altro fulcro femminile, ovvero la Grazia, rischiano di perdersi quelle che dovrebbero essere le finalità ultime della Giustizia.

B: Che sono…?

A: Non ci sono sostanziali differenze ontologiche tra chi è dietro o davanti alle sbarre (cito il professor F. Stella). Come una madre non può smettere di amare un figlio che sbaglia, la Giustizia non può solo punire. Dovrebbe anche rieducare e assistere attivamente ad un processo di cambiamento. Senza Grazia, senza comprensione di ogni dettaglio soggettivo e oggettivo che ha portato all’ ”errore”, rimane unicamente l’aspetto punitivo, svincolato dal ristabilimento di un equilibrio. Ma se del riconoscimento dell’errore si ha come unica conseguenza una condanna, si snatura la divinità in funzione di un isterico e vendicativo idolo monoteista. Ciò che accomuna l’Arte e la Legge è lo sguardo attento di chi cerca di conoscere il più possibile l’uomo ritraendo anche le sue meschinità in modo dettagliato ma non impietoso. Entrambe hanno un traguardo estetico: cercare, attraverso fatica, impegno e dedizione, di conservare un certo grado di serenità e stupore, nonostante tutto. Se tra gli uomini non prevale la brutalità e l’ignoranza lo dobbiamo solo alla Legge e all’Arte e al loro continuo dialogo.

Tanta lucidità e passione comunicate con chiarezza e in maniera diretta ti fanno venire voglia di indagare più a fondo.

B: E la legge del taglione, allora?

A: E’ un esempio, per fortuna superato, dell’evoluzione continua del Diritto. E’ alla portata di tutti capire che reagire a un danno provocando un danno, non aiuta nessuno e non riporta un equilibrio. Anzi, il più delle volte “violenza chiama violenza”. L’occhio per occhio ha un solo risultato: due ciechi arrabbiati che vagano senza meta.

Agostino mi serve un caffè speciale, alla turca, denso, nero, quasi un cioccolato; è una bevanda che gli somiglia. Mentre lo ascolto parlare di Legge, equilibrio e Grazia, mi viene alla mente l’immagine della carta della Temperanza nei Tarocchi, simbolo di continua reintegrazione.

B: Perché hai cominciato a dipingere?

A: Ho cominciato a disegnare perché mi annoiavo. Lunghe degenze, l’idiota imbarazzo delle persone davanti al dolore altrui e gli atti di terrorismo emotivo da parte dei miei coetanei e dei loro genitori non sono esattamente attività ricreative e stimolanti. La cosa poi mi è decisamente sfuggita di mano, nel percorso di comprensione causale dell’handicap fisico: la religione non dava risposte, le scienze neppure, quanto alla socialità… stendiamo un velo pietoso. Quindi ho cominciato a dipingere.

Si interrompe per un attimo, il tempo di accendersi l’ennesima sigaretta, ma ricomincia subito.

A: In un divertente film del mio maestro di comicità, Woody Allen, si arriva ad ammettere che non tutti gli uomini funzionano. Esempio classico di uomo che non funziona è l’handicappato (posso usare solo io questo termine). Chi non funziona ha due scelte: tentare, senza riuscirci, di piacere agli altri e di “funzionare”, oppure rifugiarsi nella fantasia. Se la creazione è la consolazione degli infelici – devo presumere che il creatore del mondo fosse particolarmente depresso – allora la fantasia è il sicuro rifugio di chi non pensa a realizzare quello che può coi mezzi che ha; la fantasia è realizzare ciò che non esiste con mezzi che altri non riescono a immaginare.

B: Ma tu come ti sei accorto di saper dipingere?

A: Io non sono capace di dipingere, io ci provo. L’artista è un’antenna che capta. É un luogo comune sbagliato credere che un artista sia in possesso di una marcia in più, perché in realtà l’ispirazione non si controlla e non ti appartiene. Forse, puoi essere così sensibile da captare impulsi esterni e tradurli in qualcosa di utile agli altri. Un uomo vede una prostituta e comprende solo il grottesco senso dell’utilità del suo mestiere. Se un pittore guarda la stessa prostituta, ne coglierà la sensualità intrinseca, irradiata dal suo seducente coefficiente estetico: un artista è capace, con il gesto artistico, di far innamorare perdutamente chiunque della stessa prostituta.

Ci sono delle domande difficili, per le quali ci vuole delicatezza e coraggio nel porle. Sono sfide. Ma se dall’altra parte trovi altrettanta delicatezza e coraggio nel rispondere, nascono discorsi che possono aprire orizzonti vastissimi.

B: Cos’è il limite? Come si vince?

A: Il limite è quando altri trasformano un tuo progetto in un ostacolo. Sono gli amici di Giobbe che lo smontano e cercano di fargli cambiare idea. Sono i demoni della cultura buddista. Sono quelli che pensano di aver capito il tuo progetto, lo giudicano e lo sottovalutano, e ti dicono che sbagli. Il limite non si vince. È qualcosa che hai sempre presente e che decidi di corrodere giorno per giorno. Deve sempre essere presente per sapere cosa sei riuscito a fare fino ad ora e per poterti rimettere alla prova. Nessuno ti può dire come superarlo, solo tu ti ci puoi relazionare, in funzione del tuo percorso. Il tuo limite è cosa tua. A parte il limite comune rappresentato dalla morte, esortare a superare i propri limiti è una sciocchezza, perché il limite sta sempre con te e non si supera mai.

B: Dove hai visto il male?

A: Il male non esiste. Esistono il dolore, la malattia, il reato… non il male. A chi vaticina una supposta banalità del male contesto una certa colpevole superficialità. Quello che i poco informati chiamano il “male” deriva semplicemente da una concatenazione causale di decisioni, prese liberamente da singoli individui, in totale disprezzo per l’alterità. Non è un problema di percezione. Viene continuamente sottovalutato il concetto di colpa cosciente. Anche qui il Diritto offre una spiegazione. Tutto quello che i più definiscono tramite sintagmi complessi non è nient’altro che un individuo che compie una scelta sottovalutando le conseguenze negative della stessa o sopravvalutando le proprie capacità di risoluzione degli eventuali problemi che ne derivano. Una violenza non è una manifestazione del male, ma un uomo che decide di abusare della propria fisicità, intelligenza, potere, per imporre la sua volontà a chi non è in grado di reagire. Un uomo si misura dal rapporto con un’alterità da cui non è in grado di trarre alcun vantaggio per se stesso. Se si comporterà bene con un suo simile da cui non può avere nulla, la sua condotta sarà sincera. Se un uomo maltratta colui che non è in grado di portargli alcun beneficio in nessun modo, perpetrerà lo stereotipo violento che i più chiamano “male”.

B: … E dove hai visto l’amore?

A: L’amore è come la Bellezza, ovunque e in qualunque forma, ed è tutto quello che contrasta il male. Riguardo più strettamente a Eros, pensa al bacio: il bacio sono due esseri così vicini che non vedono più i rispettivi errori e difetti. O meglio ancora: li vedono, ma ci passano sopra e li accettano. Quelli che non si baciano non sono abbastanza vicini, non sanno vedere i difetti dell’altro come pregi… L’amore è totale gratuità.

In compagnia di Agostino Bergo si beve caffè come a Sarajevo: nero, senza zucchero e con la cara vecchia moka, con calma, per ore. In compagnia di Agostino Bergo, si beve intensità.

I dipinti di Agostino Bergo sono in mostra al “Gea-It’s a (wo)man’s world” di MostraMi, presso la MostraMI Factory Folli 50.0, nella storica cornice dell’ex-sede Bracco, Edificio B16, Via Egidio Folli, 50, Milano, fino all’11 ottobre.

Barbara Coffani

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